La fonte informativa della nostra riflessione deriva dall’esperienza di IRS relativa alla conduzione della “Comunità di pratica sul nuovo SIA” attivata ad inizio 2017

[1], tenuto conto delle evidenze emerse dal “Rapporto di valutazione: dal SIA al REI” dell’Alleanza contro la povertà e dal rapporto “La gestione del Sostegno all’Inclusione Attiva nei Comuni e il percorso verso il Reddito di Inclusione” di ANCI.
Le principali dimensioni di analisi hanno riguardato:

  • lo stato del trasferimento delle risorse del PON Inclusione, nell’ambito dell’Avviso 3/2016
  • la gestione e numerosità delle domande (accolte e presentate)
  • lo stato delle progettazioni personalizzate e gli strumenti a disposizione.

Quale bilancio della sperimentazione?

Possiamo evidenziare essenzialmente sette punti di riflessione:

  1. Take up rate. La presentazione delle domande ai servizi è variata molto a seconda delle dimensioni dei Comuni e del pre-filtro effettuato in fase di primo accesso, a volte delegato, specie nei Comuni più grandi, ai CAF. Il dato sulle domande accolte rispetto al totale delle presentate ha registrato complessivamente valori tra il 40% ed il 45%. Si tratta di un dato medio più alto di quanto monitorato nella I fase di sperimentazione della misura, pari al 30% circa, e dovuto essenzialmente al noto ampliamento dei criteri di accesso[2].
  2. Il target raggiunto. Si tratta principalmente di nuclei famigliari numerosi, con almeno un minore, marginali i nuclei con persone disabili o donne in stato di gravidanza. Forte invece la presenza di utenti stranieri, soprattutto nelle grandi città, dove si registrano incidenze di oltre il 60/65% sul totale degli utenti in carico. I nuclei raggiunti dalla misura sono risultati essere in parte già noti ai servizi, dove la presa in carico è avvenuta in maniera più fluida, spesso attraverso un solo colloquio di pre-assessment, ed in parte non noti, per quali si è resa necessaria una valutazione più approfondita. Generalmente molto bassi i profili e le competenze dei beneficiari intercettati, che quindi hanno reso difficile l’avvio di progetti attivanti, specie in ambito lavorativo.
  3. La sottoscrizione dei progetti personalizzati. I progetti personalizzati sottoscritti sono stati più formali che sostanziali, oltre che per le caratteristiche dei beneficiari appena considerate, anche per: 1) la complicata attivazione delle equipe multidisciplinari, 2) la presenza di reti di collaborazione con i servizi “a macchia di leopardo”, che ha avuto come diretta conseguenza un mancato coinvolgimento di alcune categorie di servizi, si pensi soprattutto alla componente sanitaria. In generale comunque il SIA ha sicuramente permesso ai servizi sociali la sperimentazione di nuove modalità “attivanti” di erogazione dei contributi economici, secondo una logica pattizia e responsabilizzante, e non più solo prestazionale.
  4. Gli strumenti a disposizione. La sperimentazione del SIA non è stata adeguatamente accompagnata da idonei strumenti per le prese in carico; per le fasi di pre-assessment e assessment, sono state date indicazioni di utilizzo della scheda mutuata dalla sperimentazione della social card che ha però richiesto, alle amministrazioni che l’hanno utilizzata, un necessario adattamento alle specificità dei vari servizi, elemento questo che ha complessificato un quadro già difficile ed articolato.
  5. La gestione centralizzata della misura. La sperimentazione della misura ha fatto sì che in diversi Ambiti territoriali venisse colta l’opportunità di una riorganizzazione nella gestione dei servizi attraverso la centralizzazione delle prese in carico e dei rapporti con i soggetti territoriali, affidate a una sola persona (referente SIA) o ad un team dedicato a livello di Ambito o provinciale.
  6. La gestione dei flussi informativi. La gestione dei flussi informativi connessi al SIA non è stata cosa facile e la rigidità delle piattaforme SGATE ed INPS ha generato rallentamenti e non pochi problemi (ritardi, mancate risposte e/o informazioni fuorvianti, difficoltà di estrazione dei dati, iniziale confusione rispetto alla ripartizione delle domande della seconda fase del SIA). Tra questi la macchinosa procedura per ottenere il PIN d’Ambito ha reso difficile, soprattutto nella I fase, poter ricostruire a livello aggregato i dati relativi all’andamento delle domande di un determinato territorio.
  7. Il trasferimento delle risorse del PON. A fine novembre 2017 pressoché tutti i territori avevano sottoscritto la Convenzione di Sovvenzione con il Ministero per il trasferimento delle risorse finalizzate al rafforzamento dei servizi territoriali, poche però le amministrazioni che avevano già ricevuto la prima tranche di finanziamento pari al 15% sul totale del budget a disposizione. I lunghi tempi di attesa, connessi all’approvazione dei progetti prima ed al trasferimento delle risorse poi, ha comportato un iniziale blocco delle assunzioni/gare per l’acquisizione di nuovo personale e per altri affidamenti esterni ed indubbi ritardi nella creazione delle equipe multidisciplinari e nella sottoscrizione dei progetti personalizzati.

[1] Organizzata e promossa dall’IRS, con il coordinamento di Daniela Mesini, la “Comunità di pratica” ha rappresentato un utile percorso di riflessione e confronto tra esperienze rispetto all’attuazione della misura. Hanno partecipato 13 territori: 2 grandi Comuni, 1 Provincia Autonoma e 10 Ambiti territoriali, in prevalenza lombardi.
[2] Nel corso della sperimentazione del SIA vi sono stati diversi cambiamenti in itinere. Quello di maggiore rilievo è da considerarsi sicuramente l’”allargamento delle maglie” nell’accesso alla misura avvenuto mediante Decreto interministeriale pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29/04/2017 e il conseguente abbassamento del punteggio da 45 a 25 per quanto riguarda la valutazione multidimensionale. Vedi articolo pubblicato su Lombardia Sociale Si allargano le maglie del SIA per il 2017