Notizia: le badanti ci sono ancora

Scomparse dal dibattito e dall’agenda pubblica (se mai vi sono entrate), le badanti rimangono. Una presenza assimilata nel tessuto sociale, e tuttavia sommersa, misconosciuta nelle sue caratteristiche: si fa molta ricerca sugli anziani e la non autosufficienza, ma del mondo delle assistenti familiari sappiamo davvero poco.
Possiamo rappresentarle come “il lato oscuro della forza”: la forza del welfare familiare, quello in grado di ingaggiare una persona esterna, spesso straniera, e di gestirne i delicatissimi e mutevoli rapporti con la persona bisognosa (anziana, ma anche disabile giovane e adulta). Forza oscura perché invisibile, silente, indecifrata.
In una regione in cui gli anziani aumentano tra le 40.000 e le 50.000 unità all’anno, la domanda di cura che non trova risposte nel sistema formale dell’assistenza tenderà inevitabilmente a crescere e a rivolgersi a questo mercato. Che tuttavia non sembra crescere. Secondo i dati Inps (vedi grafico) le colf in regola proseguono una diminuzione iniziata cinque anni fa, mentre il numero delle badanti – regolarmente assunte – è sostanzialmente stabile dal 2012.

Difficile dire quanto il mercato nero stia compensando lo stallo di quello regolare. I segnali che raccogliamo sui territori ci parlano di una crescita del mercato non dichiarato, ma a ritmi contenuti. E non è una buona notizia. Perché la capacità ricettiva del sistema dei servizi, domiciliari e residenziali, è quella che è e non vede a sua volta aumenti di rilievo. Il tutto ci porta a pensare che gli oneri ricadano, tanto per cambiare, sulle famiglie, che l’auto-risposta familiare sia in crescita, e che il welfare fai-da-te dilaghi. Dove chi si può permettere un’assistenza a pagamento la trova, mentre chi non può permettersela è inevitabilmente costretto a cavarsela da solo, mettendo a rischio equilibri e bilanci familiari spesso già precari.
Sommando mercato regolare e irregolare, secondo le nostre stime (IRS e Qualificare.info) sono almeno 156.000 le assistenti familiari in questa regione. I lavoratori regolarmente assunti (57.367 a fine 2016) rappresentano circa un terzo del totale (Pasquinelli e Rusmini, 2015 “Primo Rapporto sul lavoro di cura in Lombardia”).

Numero di badanti e colf iscritte all’Inps in Lombardia

graficoFonte: Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici (visitato il 15/1/2018).

Ma il loro peso relativo diminuisce

Perché le badanti non aumentano più – o comunque poco – a fronte di bisogni che crescono più rapidamente?
Da un lato la crisi lunga ha portato a un ritorno dei legami familiari. La riduzione dell’ “esternalizzazione” del carico di cura e una maggiore assunzione in proprio di tali oneri sono dinamiche che riguardano un numero crescente di famiglie, sotto il peso di redditi che si sono contratti e di strutture familiari sempre più “corte”. Si tratta tuttavia di una tendenza sempre meno sostenibile, stante la diminuzione sul medio periodo delle risorse di caregiving interna alle famiglie.
Dall’altro lato ci sono cambiamenti che riducono la corrispondenza tra domanda e offerta di assistenza. La domanda di assistenza riguarda per esempio patologie cognitive e situazioni di demenza per cui l’assistente familiare si rivela soluzione spesso inadeguata. E poi abbiamo un’offerta di assistenza che vede diminuire le assistenti familiari disposte alla co-residenza, perché più integrate nella società italiana e autonome dal punto di vista abitativo. E tuttavia la domanda di convivenza è ancora preponderante e ciò fa ricadere sulle famiglie i carichi di cura più gravosi.
Come si stanno muovendo le politiche pubbliche, e il mercato, di fronte a questa realtà e a questi cambiamenti?

La legge 15/2015: chi l’ha vista?

E’ stata una buona legge, la L.R. n. 15 del 25 maggio 2015 sulle assistenti familiari. Lo avevamo scritto su questo sito appena dopo la sua approvazione: la “legge Borghetti” era uno dei provvedimenti più completi emanati da una regione italiana, peraltro approvata quasi all’unanimità dall’allora assemblea regionale.
Peccato non sia stata applicata. Solo più di un anno dopo sono state varate le linee guida previste (DGR n. 5648 del 3/10/2016), ma soprattutto lo stanziamento di 700.000 euro, previsto a beneficio delle famiglie, non è mai stato speso.
La legge ha avuto, almeno sinora, il limite di non prevedere fondi per la infrastrutturazione dei servizi: sportelli per l’incontro domanda/offerta, albi delle assistenti familiari, corsi di formazione, campagne di comunicazione. Così le gambe che dovevano trainare il sistema sono rimaste a carico di enti locali già di per sé messi alla prova su diversi altri fonti.
Approvata la legge ci chiedevamo se “il cavallo berrà” alludendo all’interesse delle famiglie ad accettare sostegni limitati in cambio di una regolarizzazione e una codificazione dei rapporti di lavoro, con tutti gli oneri relativi. Oggi possiamo dire che nemmeno è arrivata l’acqua.

Le piattaforme digitali

Intanto il mercato si muove. Negli ultimi anni c’è stato un florilegio di siti che hanno cercato di penetrare un mercato che vale, solo in Lombardia, almeno un miliardo e mezzo di euro. Piattaforme diverse dove trovare la “giusta risposta”, qualche esempio:

  • Network.care
  • Familydea
  • Ni&No
  • WeMi
  • Professionebadante
  • Helping.it
  • Badaplus

L’attività di questi portali ci dice che le relazioni “lunghe” non viaggiano sulle piattaforme digitali. Perché i siti che offrono baby sitter sono molto più diffusi, e più utilizzati, rispetto a quelli che offrono badanti? Una baby sitter implica una prestazione breve, la si può cambiare facilmente, rappresenta un intervento puntuale e reversibile. Così non è per una badante, il cui intervento è di assistenza, con un carattere più stabile ed emotivamente marcato. La baby sitter si può provare una volta, un po’ meno la badante, che porta con se implicazioni relazionali più complesse. Non a caso la piattaforma di WeMi del Comune di Milano sta registrando molte più richieste per baby sitter rispetto a badanti.
Una piattaforma digitale è un ottimo mezzo per realizzare prestazioni singole e puntuali, leggere, come quelle proposte da Ni&No. Diventa viceversa un mezzo solo per facilitare l’incontro, non per gestirlo e realizzarlo, nel caso di interventi di più lunga durata e di complessità crescente.
Le relazioni “lunghe” hanno bisogno di fiducia, una fiducia che nelle più note piattaforme della sharing economy si alimenta attraverso il sistema dei feed back, sistema ancora del tutto estraneo alle piattaforme del welfare collaborativo[1].

Conclusioni

Ogni anno aumentano in media di 6-7.000 unità gli anziani non autosufficienti in Lombardia. La rete dei servizi pubblici non sta tenendo il passo con questa dinamica. Ci si augura che la nuova Giunta Regionale rimetta in agenda il tema del lavoro privato di cura, perché questa è la soluzione ancora preferita, ma che per un numero crescente di famiglie non è più praticabile perché non più “low cost” ma “high cost”.
Numerosi progetti e tentativi compiuti in questi anni non hanno modificato, se non localmente e in minima parte, il posizionamento di questa realtà: un welfare isolato, solitario e molto fragile.
Va rimessa al centro la legge regionale 15/2015, una buona legge che deve trovare le gambe per essere applicata e un sostegno regionale reale, di sostanza e non solo di forma.

 


[1] Si veda più estesamente Pasquinelli S. (a cura di), Il Welfare collaborativo. Ricerche e pratiche di aiuto condiviso, 2017