D.ssa Maci, lei da tempo ha approfondito e praticato lo strumento delle Family Group Conference. Ha di recente curato un manuale sul tema e segue diversi progetti che nel sociale attuano questa pratica. Ci racconta in quali contesti in Italia si sta sviluppando e a partire da quali ipotesi?

Il modello della Family Group conference (FGC), o Riunione di Famiglia, ha suscitato un significativo interesse nel contesto dei servizi sociali italiani che aspiravano a trovare una modalità di lavoro maggiormente prossima e partecipativa. I progetti pilota che ho condotto nel corso di questi anni hanno interessato prevalentemente la tutela minorile, ambito di lavoro sociale nel quale il modello nasce alla fine degli anni ‘80 in Nuova Zelanda. Alcuni hanno avuto un focus specifico come il penale minorile e l’affido familiare. Una sperimentazione particolarmente rilevante è quella che si sta conducendo all’interno del progetto europeo Family Star che prevede l’utilizzo delle Family group conference in ambito scolastico. I territori dove il modello ha trovato applicazione sono la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna, il Trentino e più recentemente la Sardegna.

La finalità principale, trasversale a tutte le esperienze pilota realizzate, è stata sicuramente la definizione di progetti di intervento condivisi con genitori, ragazzi e bambini e il coinvolgimento della rete di relazioni a loro vicini per garantire il più ampio sostegno alla famiglia. Ciascuno di essi, a seconda dell’ambito di applicazione, ha poi perseguito obiettivi specifici. Nella tutela minorile hanno favorito la definizione di progetti di aiuto condivisi tra professionisti e gruppo famigliare, per proteggere e prendersi cura di bambini e ragazzi in situazione di rischio o pregiudizio e sostenere i loro genitori. Nell’affido familiare sono state uno strumento utile, in particolare per gli affidi a parenti, per mettere al centro i bisogni di bambini e ragazzi ed elaborare progetti di affido partecipati, in grado di far convergere le posizioni dei diversi attori coinvolti, diminuendo la conflittualità.   Nel contesto del penale minorile la FGC ha rappresentato un valido percorso per la definizione dei progetti di messa alla prova con finalità riparativa. Nel contesto scolastico sono state utilizzate per contrastare precocemente il disagio scolastico attraverso la definizione di una alleanza educativa tra scuola e famiglia, riservando un ruolo attivo allo studente. Una più recente sperimentazione con il settore educazione della città di Ferrara prevede l’utilizzo del modello nell’area della disabilità per la definizione dei percorsi scolastici e dei progetti di vita indipendente.

Sarebbe interessante per il futuro, così come succede all’estero, sperimentare il modello nell’area degli adulti fragili (disabilità, disagio psichico, violenza domestica) e con le persone anziane, per la definizione di progetti di cura individualizzati e condivisi.

Dalla sua osservazione diretta a quali risultati porta l’impiego delle riunioni di famiglia all’interno del welfare? Quale vantaggio insomma?

Il pregio principale del modello della FGC, caratterizzato da un approccio fortemente partecipativo, è rappresentato dal pieno coinvolgimento delle persone nei processi decisionali finalizzati a fronteggiare le preoccupazioni presenti e riorientare la loro vita in senso migliorativo. Da questo principio base derivano una serie di vantaggi. Il progetto d’aiuto elaborato nel corso della FGC è realistico e sostenibile e quindi effettivamente tutelante perché, nel rispetto delle esigenze di protezione dei bambini e ragazzi coinvolti, è calibrato sulle effettive risorse disponibili. Il coinvolgimento dei diretti interessati favorisce, poi, una maggiore adesione al percorso di aiuto, che non viene vissuto come una imposizione ma come un percorso che si è contribuito a definire e del quale se ne ravvisa l’utilità.

Le FGC favoriscono l’autentico protagonismo di bambini e ragazzi, riservando uno spazio privilegiato per l’ascolto e l’espressione della loro voce, in modo che gli adulti la tengano nella debita considerazione nel processo decisionale. La FGC attiva le risorse relazionali vicine al nucleo familiare che possono rappresentare un valido aiuto nel fronteggiare le difficoltà presenti, mettendo in campo azioni concrete per migliorare la situazione.

La FGC genera, inoltre, una diminuzione della conflittualità che in alcune occasioni nasce nella relazione tra professionisti e famiglie, favorendo un rapporto maggiormente collaborativo, basato sul riconoscimento reciproco e la valorizzazione dei saperi.

Quali sono gli ostacoli, le criticità principali, con cui questa pratica ha dovuto fare i conti nelle esperienze che lei ha seguito?

La diffusione di questa nuova pratica di lavoro, come accade per ogni processo di cambiamento, è un percorso che richiede tempi di attuazione medio lunghi perché va, in un certo senso, a scardinare le premesse teoriche, metodologiche e operative tradizionali. Al di là dell’interesse e dell’entusiasmo che il modello suscita, soprattutto in una fase storica dove nei servizi si sente un forte esigenza di cambiamento e dove, come operatori, siamo tutti d’accordo sull’importanza della partecipazione, è tutt’altro che semplice cogliere fino in fondo la sfida di rivedere i propri quadri di riferimento, che per anni hanno guidato il nostro agire professionale.

In particolare, le criticità che rilevo a livello di campo potrebbero essere sintetizzate con tre parole chiave che caratterizzano la relazione di aiuto: “responsabilità”, “fiducia” e“potere”. Per un professionista, soprattutto di fronte alla complessità che caratterizza le situazioni di cui ci occupiamo, è davvero complesso, cedere il potere o meglio riconoscere il potere altrui, e condividere la responsabilità del processo decisionale e della costruzione dell’intervento d’aiuto con le famiglie, fidandosi della loro possibilità di cambiamento.

Un concetto che non mi stancherò mai di sottolineare, è che la FGC non rappresenta una opportunità solo per la famiglia che vi prende parte, ma lo è anche per gli stessi operatori che la propongono. La FGC è un processo fortemente relazionale che genera un’azione di aiuto reciproco maggiormente efficace. Per dirla in altre parole “aiuta gli stessi professionisti ad aiutare bene e meglio le famiglie”. In alcuni progetti pilota, per esempio, abbiamo realizzato meno FGC di quelle previste, sprecando un’occasione, perché per gli operatori era difficile individuare le famiglie alle quali proporre questo percorso, nonostante nelle premesse la Riunione di Famiglia sia una esperienza universale e flessibile, che può essere proposta in diverse situazioni e fasi del processo di aiuto. Nelle varie sperimentazioni a cui ho preso parte, quando ho incontrato degli operatori dubbiosi se proporre a una famiglia di partecipare ad una FGC, ho suggerito loro di confrontarsi direttamente con i diretti interessati per capire insieme a loro se c’erano i presupposti o meno.

La dimensione partecipativa del modello deve esprimersi fin dai primi passi, fin dal momento in cui l’idea di una possibile riunione di famiglia prende forma nella nostra testa. Una strategia particolarmente utile per affrontare queste criticità, oltre alla formazione e alla supervisione, è la costituzione di uno specifico gruppo di lavoro che si assuma, con passione e convincimento, il compito di promuovere il modello e che accompagni il percorso di implementazione nel proprio servizio. Questo gruppo di lavoro, nella mia esperienza, è diventato un valido punto di riferimento che ha innestato positivi processi di apprendimento all’interno dell’organizzazione.

Quali condizioni ne derivano, dalla sua esperienza, perché l’applicazione della pratica delle riunioni di famiglia sortisca i migliori effetti e dia attuazione alle sue potenzialità?

Innanzitutto, alla luce di quanto detto prima, uno dei fattori determinanti per una buona e consapevole diffusione del modello è la motivazione degli operatori a cogliere e accettare le sfide che la FGC porta con sé. Ciò richiede, da un lato, un lavoro culturale instancabile e capillare per far conoscere il paradigma di riferimento del modello, attività che in questi anni è diventata un mio impegno professionale e personale. Non dimentichiamo che il modello trae origine nella cornice della cultura Maori, come risposta al razzismo istituzionale del sistema di child protection neo-zelandese nei confronti dei bambini, ragazzi e delle famiglie maori. Non ci sarebbe cosa più controproducente che accostarsi al modello come a una innovativa pratica operativa, trascurandone la dimensione etica/valoriale.

Questo processo richiede, dall’altro, un importante lavoro di formazione e di supervisione per garantire una buona e consapevole conoscenza del modello e del suo funzionamento, per accompagnarne la fase di contestualizzazione nei propri ambiti di lavoro e l’implementazione sul campo. Ciò che aiuta, inoltre, è generare continuo confronto sulla pratica per approfondirne la conoscenza. Per questo motivo partecipo al network europeo sulle FGC e ho promosso una rete italiana per connettere le diverse realtà  pubbliche e private che si sono avvicinate al modello e lo stanno sperimentando (pagina Fb Le Riunioni di Famiglia – FGC Italia).

Un contesto organizzativo propizio è un altro elemento determinante. Nella mia esperienza, i progetti pilota che hanno avuto gli esiti maggiormente positivi sono stati quelli che hanno visto seduti al tavolo del gruppo di lavoro anche coordinatori, responsabili e dirigenti che si interrogavano insieme agli operatori su come l’assetto organizzativo e i processi di lavoro potessero generare un contesto e un clima favorevole all’implementazione del modello. Un altro fattore determinante, connesso a quello precedente, è la disponibilità di risorse economiche, umane, di tempo e strutturali da investire in questo processo affinché non si corra il rischio che dopo la conclusione del progetto pilota si generi un vuoto, una battuta di arresto. Dal mio punto di vista, in questi anni, le esperienze di maggior successo sono state quella dove si è riusciti a passare dalla logica di progetto a quella di processo e il modello è diventato prassi operativa consolidata.