Anci, il primo febbraio, ha organizzato un incontro per la presentazione delle linee guida per la prossima programmazione zonale con la Direzione Generale dell’Assessorato al Reddito di autonomia. Linee che hanno molto preoccupato i comuni lombardi rispetto alle ipotesi di azzonamento contenute nella delibera. Cosa si è capito di più da questo incontro? Ci sono timori che sono stati fugati?

Sì. Si è capito innanzitutto che l’interpretazione della Direzione Generale era diversa da quella data dalla gran parte dei territori.

In primo luogo sugli azzonamenti. Il direttore Favini ha precisato che il processo di riorganizzazione territoriale deve essere realizzato tra Comuni, in accordo con l’ATS, trovando l’organizzazione migliore per il proprio contesto di riferimento, nel rispetto di quanto previsto dalla L.R. 23/2015. Ha precisato che le prefigurazioni fatte sul numero degli ambiti distrettuali (i 61 della delibera) sono da ritenersi indicative e di conseguenza che i POAS delle ATS che li hanno previsti – i piani triennali – possano essere modificati.  L’unico aspetto vincolante è che le riorganizzazioni siano dentro il perimetro del Distretto, come oggi definito, non ci potranno essere cioè riorganizzazioni che accorpano Ambiti (o singoli comuni) di distretti diversi. I POAS possono dunque essere rivisti, come ogni programmazione pluriennale. Il problema, non adeguatamente sottolineato dal Direttore Favini, però, è che gli stessi dovranno essere comunque approvati dalla Giunta Regionale.

Sul processo di approvazione delle nuove programmazioni si è precisato che il nuovo Piano è validato dalla sottoscrizione dell’Accordo di programma da parte dell’ATS.

Sulle premialità si confermano i 3,6 milioni assegnati del FNPS, ma in conseguenza alle precisazioni date sugli accorpamenti, la tabella in delibera è da ritenersi anch’essa puramente indicativa e non vincolante. Il “monte premi” complessivo, quello assegnato ai diversi obiettivi e le tempistiche indicate, rimangono validi, mentre la destinazione dipenderà dagli accorpamenti che usciranno dalla riorganizzazione. Nella delibera di riparto del Fondo nazionale si precisa che queste risorse saranno trattenute e gestite direttamente dalla Regione e non attribuite alle ATS, proprio al fine di avere una visione complessiva dei processi sull’intero territorio regionale.

Si è chiarito, inoltre, che non arriverà alcuna circolare a formalizzare le precisazioni verbali fornite, vista la conclusione di legislatura e le imminenti elezioni, ma la DG ha manifestato l’impegno a rispondere alle specifiche sollecitazioni che arriveranno dai territori tramite FAQ  e ha di recente inviato una nota agli ambiti (in allegato), per agevolare la riorganizzazione.

 

Sono rimaste questioni irrisolte o che mantengono ambiguità, a suo avviso? 

Purtroppo si. Innanzitutto il fatto che si debba lavorare alla nuova programmazione in assenza di certezza. La delibera è ciò che vale, dal punto di vista delle fonti normative. Le interpretazioni che ne sono seguite sono certamente utili, ma rimangono tali: precisazioni e ausili interpretativi.

Ma soprattutto rimane irrisolta una questione fondamentale: il fatto che la legge regionale 23/15 e il regolamento della DGR 5507/2016 non prevedono il parere obbligatorio dei Sindaci per la definizione dei POAS delle ATS. Era una cosa che come Anci avevamo esplicitamente chiesto già prima dell’approvazione del regolamento e che non è stata accolta. Paradossalmente, quindi, potremmo trovarci nella medesima situazione di oggi, anche qualora vi fosse l’ulteriore revisione dei Poas. Ovvero di azzonamenti che non trovano concordi i territori, perché formalmente il loro parere non è previsto.

Mi permetto, poi, di sottolineare come anche nell’incontro stesso che abbiamo organizzato sia emersa la grande confusione che hanno ingenerato i termini introdotti dal regolamento e in particolare la sottile distinzione (almeno lessicale) tra “ambiti territoriali” e “ambiti distrettuali”. Usare termini così simili non sta aiutando a fare chiarezza. A latere di tutta la vicenda, non dobbiamo poi dimenticare che sarebbe da riprendere la revisione della L.R.3/2008, emendata in ben 73 punti con l’approvazione della L.R. 23/2015.

 

Quale prefigurazione fa rispetto all’assunzione delle linee guida da parte degli ambiti?

Difficile dirlo oggi. Certamente possiamo osservare che la maggior parte dei territori ci ha già messo la testa. Non si è perso tempo, da quando sono uscite le linee (già molto attese) molti contesti hanno realizzato confronti tecnici, anche sovra-ambito, e ovunque sono state realizzate Assemblee dei Sindaci dedicate. Tuttavia penso che la maggior parte dei territori rimarrà ferma nei prossimi mesi, in attesa delle elezioni, e che tutto sia rimandato a dopo la primavera. Sicuramente ci sono contesti che sono già molto avanti sul tema della riorganizzazione, anche oltre le indicazioni della delibera, che già oggi programmano e governano insieme le risorse (vedi area del lecchese). Così come ci sono territori che stanno avviando ragionamenti sul tema (si veda cremonese e casalasco). Per questo mi aspetto che delle riorganizzazioni si realizzeranno, anche se con tutta probabilità, non si arriverà ai 61 ambiti distrettuali ipotizzati nella delibera regionale.

 

Come considera l’intero processo con cui sono stati emanati questi indirizzi? Abbiamo scritto che Anci non ha potuto visionare il testo in via preliminare, ma solo una presentazione di sintesi, e per questo non ha potuto dare la sua condivisione.

Effettivamente il percorso non è stato adeguato. Noi abbiamo chiesto più volte di poter partecipare alla definizione delle linee guida, viste le ricadute del tema sui territori, ma le richieste non sono mai state accolte. Il primo documento inviato, con la disponibilità ad un confronto, risale a luglio 2017. L’unica presentazione delle linee guida – a mezzo slides – è avvenuta il 20 dicembre 2017. Sarebbe stato un vantaggio per tutti se avessimo potuto visionare il documento prima, anche solo 10 giorni prima. Avremmo portato spunti e sollecitazioni e potuto sollevare anticipatamente incomprensioni e criticità. La precedente programmazione, quattro anni fa, era stata impostata in maniera totalmente diversa. C’era stato il lavoro sul sistema di conoscenza, c’era stata una restituzione pubblica di quel lavoro e la volontà di condividere prima il documento delle linee guida ad un tavolo congiunto. In questa legislatura quindi siamo passati da una fase di piena condivisione ad una dove non abbiamo avuto neanche il tempo di comprendere cosa fosse indicato nel documento approvato di lì a pochissimo.

Ma non è solo il processo ad essere stato critico: credo ci siano anche degli elementi di contenuto che non sono stati pienamente adeguati. Primo non avere alcun parametro di valutazione del precedente triennio. Sulla ricomposizione si rimanda ad un monitoraggio ancora da fare. E in generale molta genericità: sono citati diversi temi di policy nella delibera (casa, povertà, ricomposizione…) ma sono posti come semplice elencazione.

 

Siamo in scadenza di mandato e a breve ci saranno le elezioni che rinnoveranno l’esecutivo a guida della Regione. Ha suggerimenti per chi verrà rispetto alla relazione regione-comuni?

Si, certamente la revisione del regolamento delle Assemblee dei Sindaci (DGR 5507/2016), che deve prevedere una presenza più incisiva, come detto prima, degli enti locali. Poi è necessario un passo deciso sull’attuazione della ricomposizione, dichiarata sì, ma siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. E questo non riguarda solo il legislatore regionale, lo dico anche pensando alle misure attivate dalla legislazione nazionale.

Poi credo che il nuovo Esecutivo dovrebbe cercare di incrementare le risorse per il welfare sociale. Uno spazio potrebbe derivare dalla revisione del sistema d’offerta, annunciata ma mai praticata. Oggi le risorse sono “fossilizzate”, in base alla spesa storica, sul sistema dei servizi tradizionali. Bisognerebbe “mobilizzarle” per poter rispondere ai bisogni emergenti. Se la Regione dovesse incrementare le risorse sul sociale, o liberare risorse dal settore sociosanitario, i comuni dovrebbero al contempo impegnarsi per reinvestire i risparmi sempre nel settore sociale (si veda il documento Anci Lombardia per le elezioni 2018 in allegato).

Da ultimo suggerirei di creare percorsi costanti di confronto con i comuni, non solo nei momenti di passaggio obbligati (come la richiesta per legge dell’espressione del parere) ma per essere corresponsabili nell’intero percorso.  Rinnovo, quindi, la richiesta di ANCI Lombardia di definire, sedi stabili e codificate di consultazione e di confronto tra Regione Lombardia e la dimensione locale.

Questo ad esempio è quello che ci aspettiamo in riferimento al Piano regionale contro la povertà, in approvazione entro marzo. Un confronto preliminare, per ora – viste le elezioni – anche solo con la parte tecnica regionale, Anci, il Terzo Settore e l’Alleanza contro la povertà. Anche se in realtà doveva essere già fatto: mi auguro non si sia già fuori tempo massimo.