Quali sono oggi, dal vostro osservatorio, le principali dinamiche che attraversano il tema dell’affido famigliare? Ci sono elementi o casistiche che ritornano frequentemente, difficoltà o problematiche che risultano prioritarie rispetto ad altre?

Il servizio affidi dell’Ambito 1 di Bergamo riunisce complessivamente 6 Comuni: Bergamo, Orio al Serio, Torre Boldone, Sorisole e Ponteranica.

Nel 2017 sono stati complessivamente 71 i progetti seguiti, di cui 15 sono stati chiusi nel corso dell’anno. I minori in carico si collocano nella fascia di età 2-18 anni e le diverse tipologie di affido sono distribuite come da tabella seguente:

Bergamo città Sorisole, Ponteranica, Orio al Serio, Gorle e Torre Boldone
Affidi eterofamigliari 30 4
Affidi a parenti 8 5
Affidi a reti 8 1
Pronta accoglienza servizio affidi 5
Pronta accoglienza reti 4
Affidi solo economici 6
Totale progetti seguiti – 2017 61 10
di cui chiusi 2017 13 2

 

A fronte di questi dati sui progetti di affido, è da considerare anche il dato relativo alle richieste di affido, che nel 2017 sono state complessivamente 26, di cui 21 per affido residenziale e 5 per affido diurno.

Per evidenziare le principali questioni che oggi risultano rilevanti nel considerare lo strumento dell’affido familiare, credo sia importante prima di tutto richiamare il fatto che si tratta di uno strumento ideato per rispondere al bisogno di accoglienza di quei minori che – per diverse ragioni – non possono rimanere nel loro contesto familiare.

I minori che necessitano di accoglienza appartengono a diverse fasce di età, con una maggioranza di preadolescenti e adolescenti.  Ciò si scontra con l’immaginario degli aspiranti affidatari che invece nella loro mente spesso hanno il bambino piccolo.

Infatti, all’avvio del percorso molto lavoro viene fatto sulle rappresentazioni delle famiglie affidatarie per farle incontrare con le richieste e i bisogni concreti. Nella mente c’è il bambino piccolo oppure, oggi, quelli che vengono chiamati i “bambini dei barconi”, che per il fatto di essere al centro della cronaca smuovono molto l’immaginario e inoltre, trovandosi soli in Italia, senza famiglia di origine, lasciano immaginare una maggiore facilità nel percorso di affido.

Guardando alle principali difficoltà nel far incontrare bisogni e opportunità di affido, i bambini per cui si continua ad avere nel tempo maggiore difficoltà nell’avviare forme di affido sono i minori seguiti dalla neuropsichiatria, e non sono pochi, ma che trovano poca disponibilità di accoglienza da parte delle famiglie.  Allo stesso modo, risulta difficile trovare disponibilità per gli affidi diurni, che necessitano di maggiore vicinanza e relazione tra le famiglie e questo pare ad oggi essere un elemento che può frenare la disponibilità ad accogliere.

Dal punto di vista delle famiglie affidatarie, quello che rileviamo è che sempre più spesso tra le famiglie che si propongono per intraprendere percorsi di affido ci sono famiglie, o adulti single, con bambini o senza, che sono guidati dal desiderio di rendersi utili e allo stesso tempo di diventare genitori, ma che non conoscendo la complessità di un progetto di affido ne sottovalutano la difficoltà.

L’approccio che maggiormente risponde ai bisogni di un minore in affido e degli adulti coinvolti, dal nostro punto di vista, è quello di un sistema “aperto” che facilita il dialogo tra i protagonisti, in primis la famiglia accogliente con quella affidante.

Un servizio affidi, come il nostro, si propone come regista del progetto di affido con l’obiettivo di curare le relazioni tra i soggetti coinvolti: il bambino, la famiglia affidataria, la famiglia di origine, il Servizio Sociale territoriale, il Tribunale per i Minorenni e i servizi specialistici se coinvolti.

Ciò richiede a tutti, ma maggiormente agli aspiranti affidatari, una forte capacità di ascolto e flessibilità di pensiero che può accrescere nel tempo ma che non si può dare per certa: “i progetti di affido crescono come crescono i bambini” si modificano e ciò necessita di un approccio inclusivo aperto e non chiuso.

Nonostante i percorsi di conoscenza e accompagnamento, a volte le famiglie dimenticano parte di queste componenti, e questo rischia spesso di compromettere la riuscita del percorso.

Durante l’esperienza di affido possono emergere difficoltà che mettono in evidenza fatiche e fragilità della famiglia accogliente, perché il bambino che arriva destabilizza gli equilibri preesistenti, e questo se non ben governato e sostenuto porta alla conclusione anticipata dell’affido.

 

Quali sono gli strumenti che sono maggiormente funzionali a promuovere l’affido e quale tipo di accompagnamento viene proposto alle famiglie?

Il servizio affidi dell’Ambito 1 di Bergamo, è parte integrante del servizio minori e famiglia realizzato dal 2016 in co-progettazione tra pubblico e terzo settore, e vede l’équipe così composta: 1 coordinatrice del servizio a 10 ore settimanali, 2 assistenti sociali una del pubblico e una del privato a 36 e 16 ore, 2 educatrici consulenti familiari ciascuna a 18 ore, due psicologhe ciascuna a 15 ore settimanali.

Promuovere l’affido e l’accoglienza come Servizio Affidi significa lavorare a stretto contatto con il territorio, aderendo alle diverse iniziative proposte nelle reti di quartiere o dalle associazioni dei diversi comuni. A questi appuntamenti l’equipe partecipa con stand allestiti, proponendo laboratori di lettura e ricreativi per bimbi e momenti di dialogo con gli adulti con la distribuzione di materiale informativo. Lo stesso materiale viene diffuso ripetutamente nelle diverse sedi: scuole, biblioteche, ludoteche.

Il prossimo anno scolastico ci vedrà impegnate nella realizzazione di un concorso nelle scuole di ogni grado, rivolto agli alunni, con la possibilità di fare un approfondimento teorico esperienziale anche con i docenti. L’idea del concorso è mutuata dall’esperienza fatta lo scorso anno in provincia di Brescia, da parte dell’associazione Coordinamento famiglie affidatarie che volentieri hanno condiviso la loro idea. Il progetto prevede il coinvolgimento delle scuole di ogni grado, della città e dei 5 comuni dell’ambito; non saremo soli in questa iniziativa poiché partner importante sarà L’associazione “Con Giulia”, che si occupa di garantire la scuola estiva ai minori ricoverati in ospedale. Tema del concorso è l’accoglienza come strumento per superare “confini geografici e del cuore”.

Il principale strumento di diffusione e sensibilizzazione resta comunque il passaparola, perché le famiglie si raccontano spontaneamente ad amici e conoscenti e ciò induce curiosità che a volte spinge l’interlocutore  ad approfondire questa opportunità nel rispetto dei propri tempi.

La realizzazione dell’affido del minore avviene attraverso l’individuazione della famiglia maggiormente idonea alla richiesta. L’accompagnamento offerto alla famiglia accogliente e al minore è a cura dell’équipe del servizio affidi, che lavora in stretta connessione con l’équipe del territorio e con le reti del privato sociale che vengono coinvolte quando non vi è la risorsa all’interno della propria banca dati.

Il minore viene accompagnato e sostenuto nel progetto di affido dalla psicologa del servizio affidi che fin dall’inizio lo affianca e lo supporta attraverso colloqui individuali e al bisogno, anche alla presenza della famiglia d’origine o affidataria. La famiglia d’origine viene incontrata dall’equipe affidi nei momenti di verifica unitamente alla famiglia affidataria, per definire il progetto di affido, le azioni e i tempi. Alla famiglia affidataria si affianca la figura della consulente familiare che incontra sistematicamente la famiglia anche presso il domicilio.

Ad occuparsi degli aspetti burocratici amministrativi di ciascun progetto di affido interviene l’assistente sociale, che riveste il ruolo di regia con i servizi territoriali, tribunale per i minorenni e altri servizi specialistici, e a ciò si aggiunge il prezioso lavoro di conoscenza delle famiglie candidate che l’assistente sociale svolge con la psicologa dell’équipe, attraverso 5 colloqui con la coppia, alcuni con i singoli sul bisogno e visite domiciliari.

 

I dati dell’ultimo rapporto sugli affidi in Italia, ci parlano di affidi mediamente di lunga durata. In Lombardia il 34% degli affidi risultano durare da oltre 4 anni, a livello nazionale la stessa durata riguarda addirittura il 42% degli affidi. I vostri dati confermano questa tendenza? Che cosa ci dice?

È vero che tanti affidi sono lunghi, anche diversi anni. E questo dato è coerente con il dato – sempre riportato nel Rapporto – secondo cui oltre la metà dei minori in affido sono preadolescenti o adolescenti: si tratta di ragazzi che hanno avviato i propri percorsi di affido da piccoli, e che sono rimasti in affido per parecchi anni.

L’eccessiva lunghezza degli affidi è un problema, perché l’affido famigliare, così come previsto dalla legge, dovrebbe avere un inizio ed una fine e non durare troppo a lungo. La cosa importante da ricordare è che a livello normativo non esiste l’affido sine die e che dunque, se non è possibile il rientro nella famiglia di origine, è necessario al più presto individuare un’altra soluzione.

Altra cosa importante è che se il minore rimane in affido è necessario che il percorso abbia un’evoluzione per tutte le parti in causa, compresa la famiglia di origine, con cui deve essere fatto un lavoro diverso perché possa terminare il periodo di sospensione legato all’affido.

Il vero problema che noi riscontriamo è che spesso, per i servizi, il lavoro con le famiglie di origine risulta molto difficile e non si riesce a supportarle nell’affrontare un percorso di cambiamento che le porti a poter riaccogliere il proprio bambino, una volta terminato l’affido. Invece, la logica del percorso di affido familiare è proprio quella di sostenere sia da punto di vista dell’accompagnamento sia dal punto di vista economico, tanto la famiglia affidataria quanto la famiglia di origine, perché possa maturare un cambiamento tale da permettere la conclusione dell’affido e il rientro del minore.

 

Un altro dato interessante riportato dal Rapporto riguarda ciò che accade dopo la chiusura dell’affido: il dato a livello nazionale dice che il 28% resta nel circuito dell’accoglienza (altra famiglia affidataria o comunità residenziale), mentre il 34% torna nella famiglia di origine. Come commenteresti questi dati?

Il 34% di rientri in famiglia è un dato molto basso, se pensiamo che il desiderio di rientro è al 100%.  Nei percorsi di affido è necessario accompagnare anche i ragazzini a fare i conti con la propria famiglia di origine e con i propri genitori, ma sempre nella logica di un percorso di tipo temporaneo, che abbia dunque una sua conclusione.

Per questo risulta tanto importante il lavoro con la famiglia di origine, che dovrebbe rimanere in carico al Servizio di Tutela. Certamente ci sono operatori attenti a non chiudere la relazione, che provano a mettere in campo strumenti per accompagnare i genitori in percorsi di crescita oppure di accettazione dell’affido come soluzione valida per la crescita del minore almeno per un certo periodo, ma molto spesso invece non si riesce  a supportare adeguatamente la famiglia di origine e il percorso si focalizza soprattutto  sul minore o sulla famiglia affidataria.

E allo stesso tempo rilevo tanta fatica da parte delle famiglie affidatarie a tenere aperto il tema del rientro: famiglie che devono essere accompagnate a sentirsi “genitori in transizione” e quindi ad accettare la temporaneità della permanenza dei bambini nella loro famiglia e anche la presenza costante della famiglia di origine nei pensieri e nei desideri dei bambini.