Il recente rapporto Il diritto di invecchiare a casa propria realizzato da Auser e Spi Cgil, analizza i principali problemi e prospettive della domiciliarità in Italia, con l’obiettivo di contribuire al dibattito sulle azioni da promuovere per l’ammodernamento, in termini di efficacia ed efficienza sociale, dell’assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti.
Di seguito i principali contenuti.

Problemi

Aumentano gli anziani non autosufficienti
E’ noto che l’Italia è annoverata tra i Paesi più longevi del mondo. La ricerca richiama i dati Istat secondo cui nel 2016 gli ultra65enni rappresentano il 22% della popolazione, nel 2025 costituiranno il 24,7% e nel 2045 il 33,7%. Anche se la longevità non significa automaticamente perdita di autosufficienza, l’analisi delle previsioni riporta un aumento del 12% nel 2025 e del 40% nel 2045 di persone non autosufficienti.

Diminuisce il numero dei caregiver famigliari
Ancora oggi la famiglia svolge un ruolo centrale nel lavoro di cura, specialmente le donne. Tuttavia, le previsioni demografiche, l’incremento della domanda di cura, i mutamenti della famiglia e il maggior impegno della donna nel mercato del lavoro, sono tutti fattori che minacciano in futuro la presenza di caregiver famigliari. Riguardo l’ultimo aspetto citato, ad esempio, il rapporto sottolinea che, considerato l’attuale tasso di occupazione femminile (48,1%) e l’obiettivo di raggiungere il livello medio europeo del 61,5%, si prospetta la diminuzione di 2,5 milioni di donne nel lavoro di cura in ambito famigliare (Fonte: Istat).

Difficoltà da parte delle famiglie a sostenere gli alti costi dell’assistenza
Anche se i dati Istat riferiti alla povertà assoluta e relativa indicano che gli anziani sono i meno esposti al rischio povertà, diverse analisi (il rapporto tra gli studi sull’argomento prende in considerazione quelli di Censis 2015 e 2017), mostrano come sia reale il rischio di impoverimento per le famiglie che devono provvedere all’assistenza di un famigliare non autosufficiente. Tante famiglie sono costrette ad intaccare i propri risparmi o a indebitarsi per far fronte agli oneri dell’assistenza che gravano quasi interamente sui propri bilanci. Le forme di contributo pubblico, infatti, risultano scarse e prevalentemente consistenti nell’assegno di accompagnamento. Dalle analisi emerge la difficoltà di tante famiglie soprattutto a sostenere il costo degli assistenti famigliari, i cosiddetti “badanti”, cui negli ultimi due decenni si è fatto ampio ricorso e la tendenza è destinata a crescere: per il 2030 se ne stima un fabbisogno aggiuntivo di 500.000 (Fonte Fondazione Censis e Ismu, 2012). L’irrinunciabilità del servizio dichiarato dalla maggior parte delle famiglie, sta peraltro portandone alcune a considerare l’ipotesi che un membro della stessa rinunci al lavoro per “prendere il posto” del collaboratore.
Un fattore che non contribuisce a migliorare le prospettive è, inoltre, l’attuale precarizzazione del mercato del lavoro che fa ipotizzare a basse pensioni, minacciando la possibilità delle persone di farsi carico degli oneri derivanti dalle cure di cui potrebbero avere bisogno in futuro.

La babele dei servizi per la domiciliarità
I servizi domiciliari, uno dei pilastri su cui si fonda l’assistenza, presentano, come risaputo, molti problemi di efficienza e di efficacia che rendono inadeguati questi servizi di cui beneficia un numero molto basso di anziani nei diversi livelli di non autosufficienza e con forti differenze regionali. Tra il 2009 e il 2013 in Italia gli anziani sono aumentati dell’8,6%. Nello stesso tempo la ricerca sottolinea che sono diminuiti del 21,4 % gli anziani beneficiari del servizio di assistenza domiciliare (Sad) passando dall’1,6% nel 2009 all’1,2% nel 2013, mentre sono aumentati di poco i fruitori dell’Adi (dal 3,7% al 4,8 %) (Fonte Istat).

Anziani prigionieri a casa propria
Altro problema ancora riguarda le abitazioni degli anziani dove hanno passato gran parte della loro vita e che presentano ora condizioni inadeguate alle loro esigenze: ad esempio – richiama il rapporto – mancanza di ascensore, presenza di altre barriere architettoniche e assenza dell’impianto di riscaldamento.

Scarse risorse pubbliche destinate all’assistenza
Il welfare italiano – secondo i dati dell’Osservatorio sul bilancio del welfare delle famiglie del 2017 – ha un volume complessivo pari al 39,9% del Pil. Al suo interno, la parte destinata all’”assistenza sociale” (il settore socio-sanitario è inserito nella voce sanità) è un’area critica, sottolinea il rapporto. Il suo valore complessivo, infatti, è di 31,4 miliardi, solamente l’1,9% del PIL, del tutto inadeguato a fronte dell’invecchiamento della popolazione e dell’emergere di nuovi bisogni di cura delle persone e di sostegno alle famiglie. Come è noto, le prestazioni di assistenza sociale sono affidate principalmente alle amministrazioni locali, sempre più in difficoltà a causa della riduzione delle risorse disponibili. La non autosufficienza è un evento che cambia gli assetti economici e sociali di una famiglia che nel quadro attuale si trova ad affrontare le spese in gran parte da sole e facendo ricorso all’impegno personale dei familiari.

 

Prospettive

La domiciliarità come diritto della persona
Creare le condizioni perché la “domiciliarità” – quell’insieme di misure, azioni, condizioni che consentono alla persona anziana di vivere il più pienamente possibile non solo la propria abitazione, ma anche l’ambiente urbano e comunitario che la circonda – diventi un “diritto” esigibile.
In tale prospettiva diventa essenziale – sottolinea la ricerca – il Piano nazionale per la domiciliarità rivendicato unitariamente dai sindacati con una proposta di legge d’iniziativa popolare che risale al 2006. La previsione nel Dlgs 147/2017 “Disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà” di un Piano per la non autosufficienza, quale strumento programmatico per l’utilizzo delle risorse del Fondo per le non autosufficienze introduce una novità importante a condizione, ovviamente, che non diventi un mero piano di ripartizione delle risorse e che venga, invece, colto come l’occasione per una riflessione complessiva.

Sostenere in modo efficace ed efficiente il lavoro di cura
Stando all’andamento di tutti gli indicatori, nei prossimi anni assisteremo a una progressiva crescita della domanda di lavoro di cura nei confronti degli anziani non autosufficienti.
Secondo il rapporto, risulta necessario:

  • Riconoscere il lavoro di cura svolto dai famigliari, per lo più garantito dalle donne, in termini di funzione sociale e di diritti del lavoro. La legge di stabilità 2018 introduce il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare: tale iniziativa è significativa in quanto segna l’emergere di un’attenzione nuova verso un problema finora ignorato, è un primo timido passo di un cammino decisamente lungo verso il riconoscimento dei diritti fondamentali dei caregiver.
  • Organizzare in modo più efficiente, efficace, trasparente e affidabile di quanto non sia oggi, l’offerta del lavoro di cura da parte dell’ambito pubblico, del privato e del terzo settore.

Costruire reti di servizi di prossimità per la domiciliarità
Rendere funzionali le reti di relazioni che gravitano attorno alla persona anziana non autosufficiente: dalla famiglia, alle reti informali amicali e di volontariato, alla platea di servizi pubblici e privati disponibili.
La ricerca individua come azioni prioritarie: superare la babele dei servizi; integrare i livelli essenziali delle prestazioni per la non autosufficienza con i livelli essenziali di assistenza (Lea); dare continuità al sistema residenzialità/domiciliarità; assicurare i servizi di cure intermedie; istituire la figura del “case manager.

Qualificare la condizione abitativa
Ripensare profondamente le relazioni degli anziani con la propria casa e con il contesto di quartiere.
Tra le azioni che la ricerca auspica: stabilizzare le misure di sostegno alle ristrutturazioni del patrimonio immobiliare privato condizionandolo al rispetto di standard di qualità; aggiornare la normativa sulla rimozione delle barriere adeguandola alla nuova domanda sociale; sostenere le esperienze innovative e le buone pratiche (ad esempio, la badante di condominio, la coabitazione solidale); impegnare i detentori di quote di patrimonio pubblico in programmi di riqualificazione.

Maggiori risorse per la domiciliarità
Garantire un flusso di risorse adeguato a dare risposte efficaci ed efficienti alla crescente domanda di servizi per la non autosufficienza e per l’invecchiamento attivo più in generale.
Secondo il rapporto, la strada da seguire è quella di una strategia impostata su una combinazione di risorse agendo su diversi fronti: razionalizzando la spesa pubblica per la domiciliarità in termini di efficacia, efficienza e trasparenza; facendo del Fondo per la non autosufficienza un volano adeguato a costruire una politica per l’assistenza a lungo termine a 360 gradi, prestando attenzione alla modulazione degli interventi pubblici tenendo in considerazione condizioni e possibilità degli utenti (ad esempio con riferimento a indennità di accompagnamento e spese di cura); sostenendo forme di risparmio che contribuiscano ad affrontare il rischio della non autosufficienza, a partire dai fondi assicurativi (individuali e/o collettivi); sviluppando le opportunità offerte sia dal welfare contrattuale sia da quello aziendale; impegnando risorse delle amministrazioni locali per dotare il territorio di servizi di prossimità, eliminare le barriere, adeguare gli ambienti di vita di chi si trova in una condizione di non autosufficienza; valorizzando le disponibilità economiche degli anziani, spesso dotati di reddito contenuto ma di significativi patrimoni (ad esempio, casa e altri beni immobili).