Il programma lanciato da Fondazione Cariplo nel 2014 ha visto concludersi i progetti finanziati dalla prima edizione del Bando Welfare in Azione. Un bando, ricordiamo, risultato piuttosto rivoluzionario per il welfare locale lombardo. Arrivava in un momento in cui gli effetti della crisi socio economica erano all’apice e i territori stretti tra i vincoli di spesa e la contrazione drastica dei tradizionali fondi nazionali a sostegno del settore sociale. Welfare in azione ha rappresentato una vera “boccata d’ossigeno”, un’opportunità concreta per fugare il rischio di ripiegamento su una strategia di difesa dell’esistente, che ha consentito di giocare il difficile momento come occasione di rilettura dei propri contesti e dei problemi che li attraversano, di ripensamento dell’approccio e delle strategie d’azione dell’intervento sociale e del sistema di alleanze, presenti e da costruire.
I nove progetti avviati nel 2015 sono arrivati a conclusione del finanziamento, terminando anche i possibili 6 mesi di proroga. Ci siamo chiesti: cosa rimane delle esperienze di innovazione sociale? Quali i cambiamenti più tangibili lasciati dalle esperienze condotte? Cosa prosegue delle tante iniziative di welfare comunitario avviate e come viene garantita la loro sostenibilità nel tempo?
Domande su cui cominciamo a condividere prime riflessioni, alle quali faremo seguire ulteriori approfondimenti e contributi diretti dai territori. Riflessioni che ci derivano principalmente dalla conoscenza di alcune di queste esperienze e da approfondimenti specifici che vi abbiamo realizzato[1].

 

Che cosa resta?

Nel merito delle ricadute che i progetti di Welfare in Azione hanno generato nei territori e nei sistemi di programmazione locale in termini di soggetti, governance e strategie programmatorie, emergono in modo evidente alcune trasversalità che, seppur con specificità e declinazioni proprie, segnalano evidenze importanti.

Cambiamento culturale

I progetti di welfare comunitario sono stati articolati nel tempo e con un coinvolgimento ampio di soggetti, attori e settori di intervento (sociale, educazione, ambiente, cultura, impresa…). Questa “dimensione ampia e prolungata” ha certamente concorso ad attivare un cambiamento culturale. Questo significa innanzitutto trasformazioni nella lettura delle dinamiche sociali: si sa di più, si vedono meglio aree grigie prima poco permeabili, si hanno oggi ipotesi interpretative più solide. Un esempio per tutti il tema della vulnerabilità, praticamente assente prima del 2014 nel dibattito pubblico.
Si evidenziano cambiamenti nei significati e nelle finalità degli interventi sociali stessi. Trasformazioni nei processi di ingaggio e coinvolgimento dei cittadini e di attivazione e reperimento di nuove risorse.
Un cambiamento culturale che si vede agire nell’attivazione di nuove progettualità, trasferendo strategie e metodologie sperimentate nei progetti di Welfare in azione anche in altri ambiti di intervento non “toccati” originariamente dai progetti. Questa contaminazione è un segno molto rilevante.

Orientamento alla programmazione sociale

Il cambiamento culturale si è “concretizzato” in un ri-orientamento della programmazione pubblica, nel senso che le finalità e le strategie di intervento dei progetti di Welfare in azione sono entrate a pieno titolo negli obiettivi delle programmazioni zonali connotandole in modo specifico nella direzione di un welfare territoriale e comunitario. È utile ricordare che in Lombardia, per i progetti che hanno concluso la prima triennalità, la chiusura delle progettazioni ha coinciso con la conclusione del Piano di Zona 2015/2018 e con il conseguente rinnovo della programmazione sociale locale. Coincidenza che ha certamente favorito la continuità e l’individuazione di azioni e processi a supporto della sostenibilità di quanto implementato negli anni precedenti sul fronte dell’innovazione sociale. In molti dei territori a cui facciamo riferimento infatti, il welfare di comunità è stato assunto come obiettivo dalle programmazioni zonali con maggior puntualità e concretezza del triennio precedente: tanto nei tavoli di programmazione e governance, quanto nei documenti programmatori, è più chiaro che cosa sia il welfare comunitario e quali siano i percorsi utili da sostenere per orientare il welfare locale in questa specifica direzione. A questo si aggiunge anche il più recente Piano territoriale di contrasto alla povertà, dove apprendimenti e interventi sperimentati nel contrasto alla vulnerabilità vengono ripresi e rinforzati.

Muta lo sguardo della politica?

Gli esiti e le ricadute fin qui descritte hanno una relazione certamente molto stretta con un “cambiamento culturale e strategico” di molti amministratori che nei territori hanno seguito, accompagnato, sostenuto le azioni di Welfare in azione. Un numero consistente di amministratori e decisori politici è stato coinvolto attivamente nelle azioni progettuali. Soprattutto nei comuni più piccoli, sindaci e assessore hanno sperimentato e fatto proprio un metodo di lavoro con il territorio e lo stanno riproponendo, sostenendo progettazioni sociali con la metodologia del welfare territoriale, valorizzando il coinvolgimento della popolazione e prestando attenzione allo scouting di nuove risorse, anche non immaginate fino a qualche anno fa.

Un patrimonio relazionale e di “saper fare”

I progetti di Welfare in azione hanno generato poi ricadute sulla geografia dei network locali. Talvolta si sono rinforzate alcune alleanze e si è sperimentato e valorizzato il senso (e la forza) dell’agire in partnership superando logiche consolidate di “spartizione del territorio” e di concorrenzialità. In altri casi le reti locali si sono agganciate a network più ampi (come il caso degli Empori e la rete Caritas) oppure sono entrati nuovi attori e si sono modificate le reti pre-esistenti.
Quel che rimane sono certamente reti di partenariato più solide che, nel collaborare per accedere anche ad altri finanziamenti, hanno sviluppato identità e strategie comuni, tanto nel pensiero quanto nell’azione. Oggi si sa più chiaramente cosa proporre quando si concorre ad un bando e si hanno evidenze da esperienze concrete da valorizzare.
I progetti di Welfare in Azione hanno anche contribuito, nel loro svolgersi, a costruire dispositivi, metodologie e strumenti di lavoro che, terminati i progetti, “restano ai territori” in un’ottica di ulteriore implementazione e messa a sistema. Strumenti specifici per l’attivazione dei cittadini (Bandi, Hub), dispositivi di integrazione tra settori di intervento differenti (tra politiche sociali e politiche del lavoro, in alcuni caso anche con politiche educative o ambientali), metodologie e strumenti per intercettare e coinvolgere le persone in condizioni di vulnerabilità (empori, anche di scambio di tipo relazionale), tavoli territoriali, piattaforme digitali per la messa a sistema e in rete dei servizi e degli operatori, sono alcuni esempi di ciò che oggi resta nei territori.

Nuovi luoghi

Una cosa specifica che rimane è certamente relativa ai tanti spazi che i progetti hanno contribuito ad attivare (o ri-attivare): Punti di Comunità, Hub, Empori, ma anche spazi più destrutturati (parchi, sentieri, luoghi di aggregazione…) che hanno contribuito a portare il welfare fuori dai confini abituali e dalle solite conformazioni e relazioni, rendendoli spesso più vicini alle persone e concreti. Su questo tema Fondazione Cariplo ha posto un particolare accento e si sta svolgendo un approfondimento di ricerca dedicato.

 

Come si va avanti?

Oltre alle tante cose che restano, per i progetti un nodo fondamentale degli ultimi mesi è stato anche quello di individuare nuove fonti di energia, e quindi nuove risorse e canali di finanziamento con cui dare continuità, sviluppo o prosecuzione alle attività e iniziative realizzate in questi anni.

In questa direzione alcuni dei progetti si sono mossi verso nuove direzioni, e hanno individuato altre opportunità al di fuori dei canali abitualmente utilizzati per sviluppare parte delle azioni. In particolare due dei progetti analizzati (Rho e Bollate) porteranno avanti alcune delle azioni sperimentate con WIA grazie ad un nuovo progetto – RiCA – finanziato da un nuovo bando ministeriale denominato “Periferie”. L’aspetto interessante di questa scelta è stato il fatto di giocarsi su bando che riguardava i temi della rigenerazione urbana con una focalizzazione tradizionale sulla ristrutturazione strutturale di spazi e immobili, aprendolo al fronte della rigenerazione sociale in chiave comunitaria (community hub, mediazione sociale e condominiale, custodia sociale, attivazione della cittadinanza, educazione finanziaria…), rimettendo in circolo il patrimonio di innovazione sperimentato grazie a Welfare in Azione.
Altri progetti, tra cui Più Segni positivi a Sondrio, darà nuovo input a una parte delle azioni, in particolare legate allo sviluppo dell’Emporion, grazie a un altro canale di finanziamento sempre legato a Fondazione Cariplo, ovvero Doniamo Energia.
Così anche gli altri territori si sono mossi verso uno o più canali di finanziamento nuovi, a volte anche segmentando le proprie linee di intervento in linea con opportunità di finanziamento differenti, come il progetto del magentino, che ha ricercato continuità sia attraverso i bandi della Fondazione Con i Bambini sul contrasto alla povertà educativa, sia attraverso le risorse regionali dedicate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro per la parte di interventi più attinente a questa finalità, sia tramite diversi piccoli progetti finanziati dalla Fondazione Ticino Olona (per esempio, lo spazio mamma e bambino ampliato però a situazioni di maggiore fragilità).
Di fatto, dunque, l’accesso a nuove fonti di finanziamento tramite il meccanismo del bando ha oggi, per tutti i territori, il vantaggio di avere reti di partenariato più solide e sperimentate, che hanno maggiori evidenze ed esperienze da valorizzare e che si trovano facilitate nella costruzione di visioni e strategie comuni.

Allo stesso tempo, il coinvolgimento e la partecipazione delle comunità e degli amministratori locali realizzato in questi anni è spesso riuscita a spostare, a favore dei progetti, quantità talvolta anche ingenti di risorse proprie dei Comuni, che vanno a integrare quelle relative ai finanziamenti ad hoc intercettati tramite la partecipazione a bandi.
In generale, elemento di interesse è il fatto di rilevare movimenti di sviluppo dei progetti che non ne prevedono la replica o la semplice continuazione nel tempo ma che per lo più hanno costituito uno stimolo per riprogettare, sviluppare, innovare ulteriormente, modificare e soprattutto coinvolgere nuovi soggetti.

 

Quali temi sono ancora aperti?

Guardando a questi progetti, che si trovano ora alla chiusura delle attività, e ripensando ai principi guida e alle sfide che hanno orientato il bando Welfare In Azione fin dalla sua prima edizione, sono due gli aspetti su le trasformazioni sembrano più deboli, se non in poche eccezioni: da una parte il tema del cambiamento nel lavoro sociale, a partire proprio dalla diffusione di trasformazioni nella metodologia e nell’approccio del Servizio Sociale istituzionale, dall’altra l’ampliamento delle fonti di finanziamento del progetto, anche attraverso l’introduzione di una parte di domanda pagante per i servizi realizzati all’interno del progetto.
Per quanto riguarda la prima sfida, le ricadute sono state molto differenti, a seconda delle esperienze, e i servizi sociali dei Comuni, nei diversi territori, hanno reinterpretato con modalità molto eterogenee le sperimentazioni attivate nei progetti di welfare comunitario. Talvolta però abbiamo notato come siano stati davvero molto tangenziali alle innovazioni sperimentate e, più in generale, emerge una certa difficoltà da parte degli operatori pubblici a farsi promotori diretti e soggetti attivi nella declinazione di pratiche, competenze e strumenti di lavoro in continuità con le ipotesi e le azioni realizzate dai progetti.
L’altro tema, rimasto debole, è sull’attuazione di ipotesi innovative di sostenibilità, capaci anche di intercettare fonti inedite. Abbiamo appena visto come la gran parte delle progettualità trova occasioni di continuità grazie al rilancio su altri bandi, tendenzialmente agganciando risorse pubbliche o di Fondazioni.  La possibilità che le azioni di progetto si aprissero a “domanda pagante” era una delle sfide richiamate dal Bando di Fondazione Cariplo, soprattutto in un’ottica di sostenibilità. Di fatto, anche per la finalità che ha caratterizzato tanti di questi progetti, relativamente al tema della vulnerabilità, questo pare oggi una sfida colta molto parzialmente e rispetto alla quale potrebbe essere utile un affondo ulteriore con i progetti e le esperienze locali.

 


[1] In particolare le riflessioni derivano dalla conoscenza e dall’interlocuzione con i progetti #VAI di Garbagnate M., #oltreiperimetri del Rhodense, di Lodi, di Comunità Possibili di  Magenta e Più segni positivi di Sondrio