La Regione a ottobre ha emanato il “Piano povertà regionale” previsto dal d.lgs 147 di attuazione del Reddito di Inclusione e ha varato lo schema per l’approvazione dei Piani locali che dovevano essere approvati entro il mese di gennaio. Quale è il vostro giudizio sul documento? Cosa manca e cosa avreste voluto vedere formulato diversamente?

Sarebbe stato molto più opportuno che il Piano povertà regionale ex dgr 662 del 16 ottobre 2018 venisse approvato prima, in modo da permettere agli Ambiti di effettuare gli adempimenti richiesti in tempi più adeguati alla complessità della materia. Come ANCI avevamo anche avanzato la proposta, condivisa da molti, di posticipare le stesse linee guida per i piani di zona, per andare a strutturare un unico documento programmatorio anche con il Piano povertà. Proposta che, però, non è stata accolta. Gli Ambiti, come sappiamo, si sono trovati nei mesi di dicembre 2018 e gennaio 2019 a stendere il Piano locale di contrasto alla povertà, in tempi stretti, con fatica e non sempre in allineamento con la programmazione zonale (ci sono diversi ambiti che non hanno ancora approvato il Piano di zona 2018-2020).
L’evento che abbiamo creato il 9 gennaio scorso, con la disponibilità di Regione Lombardia e la presenza di Banca Mondiale, è stato significativo e di aiuto agli Ambiti, anche se non è stato esaustivo rispetto alle tante domande pervenute. E’ stato positivo più che altro per la disponibilità da parte di tutti gli attori in causa a fare rete, a cercare di trovare soluzioni collettive.
Riguardo ai contenuti del Piano regionale, come fatto presente in altre sedi, sarebbe stato interessante e utile che Regione inserisse elementi sia quantitativi che qualitativi rispetto alle proprie misure che sono state evidenziate come integrazione al piano nazionale – in primis il Reddito di Autonomia. Oggi questa integrazione e complementarietà è dichiarata, ma non dimostrata.
Per quanto riguarda il documento dei piani locali, ritengo molto positiva la proposta di collaborazione con Banca Mondiale che per il Ministero sta svolgendo l’assistenza tecnica, in particolare nell’elaborazione di un canovaccio utile sia agli Ambiti, per strutturare il proprio documento senza tralasciare le dimensioni principali, che alla Regione e anche a noi, per una valutazione complessiva avendo una griglia indicativa abbastanza definita e omogenea a livello regionale.

 

Gli Ambiti lombardi hanno ricevuto a fine anno le risorse da parte del Ministero. Si tratta di cifre significative, oltre 31 milioni, e sono stati impegnati nella programmazione territoriale. Cosa potrebbe fare dal vostro punto di vista la Regione per sostenere utilmente il lavoro locale?

Condivido il fatto che siano risorse significative, gli Ambiti hanno impostato il loro utilizzo nei Piani locali. Ricordiamo poi che si aggiunge anche la delibera sull’utilizzo della quota destinata all’estrema povertà, 1,5 milioni aggiuntivi (oltre alle risorse riservate alla Città Metropolitana di Milano) distribuiti ai 20 ambiti con almeno un comune con più di 45 mila abitanti. In particolare qui è stato positivo il percorso che abbiamo strutturato, di confronto preventivo con i contesti interessati, che ha permesso di capire quali fossero i progetti già in campo e quali gli sviluppi ulteriori possibili. Oltre a ciò, positiva è anche la possibilità di mettere a disposizione la quota residua eventualmente non utilizzata da qualche Ambito, a favore di chi presenta maggiori necessità. Vedremo gli esiti che ci comunicherà la Regione.
Tornando ai 31 milioni della cosiddetta quota Servizi, ritengo che affinché siano davvero risorse il loro utilizzo si debba integrare con una adeguata possibilità di assumere nuovi operatori, superando i vari vincoli di assunzione del personale. Penso che buona parte dei fondi saranno utilizzati per l’assunzione di assistenti sociali e per progetti di sviluppo delle realtà locali, tirocini lavorativi, assunzione di educatori a sostegno dei percorsi individuali dei beneficiari REI.
Siamo coscienti che anche la legge finanziaria 2019 ha messo in previsione questa disponibilità economica, anche se bisognerà capire come potranno essere utilizzati con l’avvento del Reddito di Cittadinanza.
Mentre fino ad oggi, infatti, gli Enti locali hanno avuto un ruolo di regia di tutto il sistema (a partire dalla presentazione delle domande del SIA, poi REI, fino alla predisposizione dei progetti di reinserimento socio lavorativo), ora in base a quanto scritto nel decreto in fase di conversione, il ruolo appare più “residuale”.
Dal punto del carico di lavoro che ricadrà sugli enti locali, invece, siccome gli operatori saranno chiamati a seguire le progettazioni per le persone per le quali non sono previsti investimenti da un punto di vista lavorativo, con tutta probabilità resteranno i progetti più numerosi, considerato anche l’ampliamento dei criteri economici.
In generale penso che sarebbe davvero importante che la Regione, anche in considerazione dell’imminente passaggio al Reddito di Cittadinanza, assuma una funzione di coordinamento e, partendo dall’analisi dei Piani locali, fornisca agli Ambiti gli adeguati spunti e possibili chiavi di lettura per utilizzare al meglio le risorse stanziate. Sicuramente gli Ambiti oggi hanno tarato l’utilizzo di questo fondi sulle proprie necessità, però ritengo che il confronto e l’analisi delle buone prassi sia sempre un utile spunto per il miglioramento e mi auguro che la Regione metta davvero a disposizione questa analisi complessiva in supporto all’attuazione dei Piani locali nei prossimi anni.

 

Il Piano regionale sottolinea che le misure regionali, il reddito di autonomia in primis sono orientate alla prevenzione e contrastano la vulnerabilità, ovvero le situazioni di rischio, non di povertà conclamata. Sostengono dunque la “complementarietà dell’azione regionale” con quella nazionale e locale. Siete d’accordo con questa visione? Cosa tiene e cosa no di questa rappresentazione?

Non condivido molto. Regione nel Piano Povertà ha voluto inserire i propri passaggi distintivi in particolare riguardo il Reddito di Autonomia, un programma che contiene diverse misure, dai voucher anziani e disabili, al bonus famiglia, ai nidi gratis… Tutte misure che sicuramente possono aiutare da un punto di vista economico, ma perseguono direzioni diverse. Ma cosa si intende con la parola “autonomia”? Nei voucher per anziani e disabili pare che questa parola voglia significare appunto autonomia della persona, mantenimento delle capacità residue e, dove possibile, un loro sviluppo. Il bonus famiglia sembra invece puntare di più sull’autonomia economica della famiglia. In cosa è complementare l’azione regionale con quella nazionale?
Regione nel Piano povertà punta a sottolineare la propria “specificità”, ma penso che talvolta la sua azione sia talmente “specifica” (es. nei voucher per l’autonomia anziani e disabili) che fatichi a raggiungere gli obiettivi per cui le misure erano state pensate.
Mi auguro, quindi, che ci sia una profonda riflessione al termine di questo nuovo terzo rinnovo delle misure legate al programma Reddito di Autonomia.
Più in generale poi, mi sembra che ci sia una certa difficoltà di rapporti, e non solo per colpa di Regione, con livello nazionale e probabilmente anche per questo motivo le misure non riescono ad avere di fatto quell’integrazione o complementarietà su cui invece sarebbe opportuno fare delle valutazioni.
Un esempio di maggiore integrazione è la misura Nidi Gratis. I Comuni sostengono costi relativi all’offerta del servizio (gestionali e organizzativi) e applicano rette differenziate in base all’indicatore ISEE delle famiglie. Regione azzera la retta per le famiglie con ISEE inferiore a euro 20.000,00. Sappiamo che c’è anche un buono nazionale per i nidi che quest’anno è passato da € 1.000 a € 1.500 annui per bambino: perché non fare una misura che integri anche questo sostegno economico a disposizione delle famiglie, in modo da liberare risorse regionali e reimmetterle nel sistema per ampliare il numero dei beneficiari della misura? In questo modo si razionalizzerebbero maggiormente le risorse. Secondo me, l’integrazione dovrebbe riguardare anche questo piano, integrare le risorse economiche presenti tentando di dare unità, senza sprecarle e redistribuendole maggiormente. Penso che la messa a sistema delle risorse possa essere fattibile tramite una maggiore collaborazione e confronto tra gli Enti locali, Regione e lo Stato.

 

E’ prevista una Cabina di Regia, era stata chiesta a gran voce dalla stessa Alleanza al neo assessore Bolognini a poche settimane dalla sua nomina. Una cabina di regia che è stata inclusa nel Piano in una veste “allargata”: oltre alle 3 dg anche Anci, Alleanza, sindacati, Inps e pure la partecipazione di “referenti territoriali”. Che cosa vi aspettate dal punto di vista della governance?

 Mi auguro che la Cabina di regia, così come prevista dalle Linee guida regionali, venga convocata al più presto, perché ritengo – come detto – che sia necessario un coordinamento rispetto all’attuazione del Piano, e che vengano previsti degli incontri cadenzati in modo da poter affrontare tutte le tematiche che emergeranno dalla gestione complessiva del sistema lombardo di contrasto della povertà.
Ritengo che la composizione indicata dalla Regione sia adeguata, a partire dalla componente di parte regionale. Evidentemente si è compresa la necessità di mettere insieme le quattro direzioni generali della Regione che lavorano su questo settore (sociale, famiglia, salute e lavoro) a cui si aggiungono ANCI Lombardia, l’Alleanza contro la povertà, sindacati ed INPS. Mi sembra una composizione corretta e spero sia davvero una possibilità di lavoro comune.
Il primo tema da affrontare sarà quello della definizione delle rappresentanze territoriali. Probabilmente la dimensione ottimale è quella di avere un ambito di riferimento per ogni ATS.
La Cabina di regia sarà utile sicuramente anche per fare delle riflessioni di carattere strutturale a livello regionale e per raccogliere le criticità dai territori. Il supporto di INPS poi sarà sicuramente fondamentale, lo era in funzione del REI, penso che lo sarà ancor di più per il Reddito di Cittadinanza.

 

Ecco appunto, il Rei verrà modificato dal Reddito di Cittadinanza. C’è da aspettarsi che si aprirà un tema ancor più significativo di integrazione tra politiche sociali e del lavoro, tra servizi sociali e cpi/afol/enti accreditati. Quali sono a vostro avviso le attenzioni da tenere in considerazione delle caratteristiche del contesto lombardo?

Una questione riguarda sicuramente il coordinamento di tutte le domande che arriveranno, ci auguriamo che le piattaforme informatiche ci aiutino. Ora l’accesso e la valutazione preliminare è gestita dai Comuni e dagli Ambiti, con il Reddito di Cittadinanza le domande arriveranno tramite altre agenzie (Caf, Posta, sito Inps) e quindi ci dovrà essere un percorso di ri-condivisione successiva all’interno degli Ambiti.
Mi auguro anche che i Comuni siano in grado di gestire tutte le progettualità che arriveranno e abbiano a disposizione adeguati strumenti perché, dal punto di vista numerico, c’è da aspettarsi che i progetti sociali che resteranno in capo ai comuni aumentino.
Sul fronte del lavoro le criticità sono quelle che sono già state evidenziate dalle varie parti politiche e dalla stessa Alleanza contro la povertà, in primis il potenziamento dei centri per l’impiego. Regione Lombardia in particolare deve affrontare anche il tema dell’assunzione del personale: i centri per l’impiego sono gestiti dalle Province, ma il personale è assunto dalla Regione. Il timore riguarda poi i tempi di attuazione. Accade come sempre che ai Comuni arrivino molto prima le richieste per il Reddito di Cittadinanza: le persone apprendono la notizia dai media e pensano che sia già tutto operativo, quando nella realtà non lo è poiché ancora in corso il percorso di conversione del decreto in legge. Ma ai cittadini sembra che la responsabilità sia degli operatori di base, che non sono preparati e non si vogliano attivare. Proprio in questi giorni è stato inaugurato il nuovo sito web redditodicittadinanza.gov.it dove si evince in modo chiaro che la domanda potrà essere fatta dal 6 di marzo. Speriamo che questo serva a fare chiarezza.
Sicuramente per i Comuni sarà necessario un investimento sulla formazione degli operatori, a questo punto non tanto sulla ricezione delle domande, come avveniva prima, quanto invece sulla parte progettuale e di integrazione con il lavoro.
Così come probabilmente succederà per i “navigator”, avremo degli operatori in prima linea magari al primo impiego, con poca esperienza sul campo ma, mi auguro, con grande freschezza mentale e entusiasmo che hanno però necessità di essere loro stessi accompagnati e sostenuti. Lavorare con la fragilità e con la ricerca lavorativa non sono compiti che si possono improvvisare.
Spero, e penso, che le varie agenzie impegnate su questa partita – noi stessi, l’Ordine degli Assistenti Sociali, Regione Lombardia con il supporto dell’assistenza tecnica – facciano un ragionamento relativamente ai supporti formativi necessari al personale che si troverà a lavorare su queste tematiche.