A che punto siamo con la l.r.16: che meriti ha avuto e dove ha inciampato?

Sicuramente la legge regionale ha avuto il merito di mettere mano ad un sistema, quello delle politiche abitative pubbliche, che con tutta evidenza non risultava più adeguato a rispondere ai nuovi bisogni e che dimostrava difficoltà di tenuta anche sotto il profilo gestionale. L’idea di mettere mano all’intero sistema di offerta pubblica sull’abitare è stato certamente un punto di partenza interessante.

Ci ha convito poi la definizione stessa dell’abitare data dalla legge: un sistema non visto come pura assegnazione di alloggi ma come un servizio alla persona. La connessione imprescindibile con il welfare è un aspetto che da tempo i Comuni hanno compreso nell’occuparsi di problemi abitativi di persone e nuclei familiari che vivono un insieme di fragilità.

E’ una riforma che, nel suo disegno teorico, è partita bene, in particolare nell’articolare il sistema tra servizi abitativi pubblici (SAP) e sociali (SAS), che rappresentano un’importante camera di compensazione per chi non ha i requisiti per accedere agli “alloggi popolari”, ma nello stesso tempo non riesce ad accedere al mercato privato.

Purtroppo però la sua applicazione concreta sta vivendo un percorso troppo lungo, che ha lasciato i comuni in una situazione di incertezza e ha prodotto molta confusione. La legge è del 2016, siamo ad avvio 2019 e solo in questi giorni vedrà finalmente la luce il nuovo regolamento sui servizi abitativi pubblici, che però è solo una parte dell’intero sistema. Per altro tale regolamento, senza la disciplina sugli indigenti e sul fondo di solidarietà – su cui ad oggi non è stata elaborata neanche una bozza in discussione – rischia di servire a poco. E ovviamente siamo fermi sui servizi abitativi temporanei e, di conseguenza, sull’abitare sociale e sul sistema di accreditamento.

In sostanza rileviamo eccessive lungaggini nell’applicazione di una norma su cui, data la convinzione con cui Regione l’ha approvata, ci saremmo aspettati una maggior incisività nella sua attuazione. Senza contare che riforme così rilevanti, se vengono lasciate nel cassetto per lungo tempo, perdono di efficacia perché i territori, di fronte al bisogno, vanno avanti in autonomia e le criticità crescono; inoltre nel frattempo anche il contesto normativo stesso rischia di mutare. Oggi a livello nazionale è stato introdotto il reddito di cittadinanza, di cui si dovrà tenere conto per l’applicazione del nuovo regolamento.

Siamo consapevoli che nessuna riforma può funzionare al primo colpo e che vi sia una naturale necessità di fare revisioni e aggiustamenti in itinere, mentre la si sta applicando. Sulla legge 16 però non si è ancora davvero partiti, poiché quanto svolto sin qui è di fatto ancora un grandioso lavoro teorico. Mentre nel frattempo l’emergenza abitativa, il problema dello sfitto, le morosità ecc. vanno avanti e la situazione si fa progressivamente più complicata.

 

Che preoccupazioni avete ora?

La principale è sul ruolo dei Comuni, un ruolo certamente di protagonismo ma al contempo anche di grande complessità. Non possiamo ignorare che veniamo da una situazione in cui il paradigma con cui si affronta il tema è generalmente molto diverso da quanto richiesto dalla legge.  Oggi l’approccio più frequente è quello di “dare la casa” e le competenze sono divise tra ufficio casa, ufficio tecnico, servizi sociali. Ci sarà necessità di dare supporto alle amministrazioni per sostenere questo cambiamento, che prevede una modalità di lavoro maggiormente integrata.

Inoltre lo scenario stesso non è ancora chiaro: non è chiaro come funzionerà e cosa sarà il Fondo di solidarietà regionale sugli indigenti. Non è chiara la programmazione triennale dei servizi in coincidenza con i piani di zona, per altro all’interno di una più ampia riforma del sistema sociosanitario che non ha trovato ancora completa definizione. Questa incertezza non aiuta di certo.

La stessa sperimentazione regionale, che ha anticipato l’approvazione del regolamento non è, a nostro avviso, pienamente indicativa. E’ stato un esercizio sull’uso della piattaforma, che ha messo in luce alcune difficoltà, ma che è stato condotto solo su tre ambiti lombardi che non sono rappresentativi delle diverse articolazioni dei problemi abitativi e dei sistemi d’offerta presenti nella realtà lombarda. La Regione non ha accolto le proposte fatte a suo tempo da Anci e ha scelto in autonomia territori di fatto geograficamente contigui e con caratteristiche omogenee (gli ambiti di Monza, Sesto S.G. e Cinisello B.) e per altro in alcuni casi con la presenza di nuovi attori come le Agenzie sociali che, non solo non sono presenti ovunque in Lombardia, ma che portano anche una lettura del bisogno certamente più “raffinata” della media.

Poi c’è una preoccupazione più ampia che riguarda l’approccio di Regione verso una logica premiale a favore di quei territori “virtuosi” che si sono rivelati più capaci di spendere le risorse e mettere in campo azioni. Per noi questa è un’operazione pericolosa, non solo perché non viene riconosciuto che i punti di partenza dei vari contesti locali possono essere profondamente diversi e che per alcuni c’è necessità di un maggior sostegno; ma anche perché si rischia così di generare meccanismi distorti per cui l’offerta stessa induce e attira la domanda. Dove l’attenzione sul tema abitativo è alta e le amministrazioni comunali si danno da fare, si riversa la domanda e sembra che vi siano condizioni di bisogno superiori alla media.

 

Sull’ingaggio del livello d’ambito, sulla programmazione, sulla gestione dei bandi… come la vedete?

Su questo direi che siamo complessivamente favorevoli, perché ciò permettere di favorire e sostenere una omogeneità nei servizi abitativi che manca decisamente. Oggi purtroppo la situazione dell’accesso all’Erp è troppo differenziata. I bandi che dovrebbero aprirsi prossimamente, emanati a livello d’ambito, mettono i comuni nella condizione di dover rispondere in maniera uniforme al medesimo problema e offrire garanzia di equità ai propri cittadini.

Anche sul fronte della programmazione ne vediamo il senso, a patto di allineare le diverse scadenze e lavorare per una programmazione integrata dell’intero welfare sociale. Perché non è pensabile che ogni 6 mesi i comuni debbano adempiere a scadenze programmatorie su segmenti di policy differenti (povertà, abitare, piani zona…).

 

Cosa chiede dunque Anci alla Regione?

Innanzitutto chiediamo con forza la restituzione dell’efficacia delle misure messe in campo. In fondo sono state impegnate risorse significative su cui serve capire non solo come sono state spese, su quali misure ecc., ma soprattutto a cosa sono servite, che cosa hanno prodotto. Serve un approfondimento sull’efficacia dell’intero impianto delle politiche abitative.

Chiediamo poi la nascita di un Osservatorio, così come per altro è previsto dalla legge. Diventa molto complicato per i comuni fare la programmazione sui servizi abitativi senza che ci sia un supporto nella costruzione di letture, la disponibilità di dati comparabili e la produzione di conoscenze sulla situazione dell’abitare a livello regionale. Come leggiamo il tema degli sfratti, i pignoramenti, la stabilità abitativa? Oggi troppo a macchia di leopardo, rispetto a dati ancora molto parziali.

Riprendendo poi il fatto che si tratta di un passaggio complesso, che implica un cambio di paradigma radicale e un investimento notevole per i Comuni, è necessario garantire loro: certezza di risorse, certezza condizioni, formazione e accompagnamento.

Aggiungo infine che ci deve essere un’attenzione particolare all’incrocio tra tema casa e lavoro. I Comuni evidenziano da tempo che il tema abitativo, di fronte a difficoltà derivanti dalla perdita del lavoro e dal conseguente calo di reddito che porta a morosità incolpevoli, viene certamente supportato dalle misure sull’abitare, ma l’emergenza va a soluzione solo quando all’interno del nucleo si arriva ad una stabilizzazione economica.

Questo per dire che quello su cui si dovrebbe seriamente mettere l’attenzione è la costruzione di una visione di sistema.