Fondazione Comunitaria Nord Milano è impegnata da qualche tempo in un percorso di ricerca ispirato dal modello dei Vital Signs, adottato da una rete di Fondazioni comunitarie anglosassoni. Ci spiegate meglio da dove è nato questo lavoro e come si struttura?

La Fondazione ha scelto di ispirarsi al modello dei Vital Signs a seguito dell’esperienza condotta al suo interno dal Comitato “Valutazione bisogni del territorio” che ha il compito di definire le aree di intervento dei bandi. In quella sede si è valutata l’idea di approfondire la conoscenza del territorio d’azione della Fondazione, ovvero il Nord Milano[1] per migliorare l’attività filantropica di erogazione risorse.

La Fondazione ha quindi affidato al Laboratorio di sociologia dell’azione pubblica Sui Generis, del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Milano Bicocca la realizzazione di una fotografia approfondita del territorio, che ha portato alla selezione di 147 indicatori di tipo socio-demografico (si veda l’Abstract allegato), derivanti da fonti secondarie e riferiti ad aree tematiche differenti (sintesi allegata):

  • territorio e popolazione
  • scuola e sistema educativo
  • economia e Lavoro
  • non profit, attività culturali e sport
  • casa, mobilità e ambiente

Nel contempo la Fondazione si è confrontata con alcune esperienze estere, ispirate alla metodica dei Vital signs, che affrontano l’obiettivo del miglioramento dell’attività erogativa anche attraverso la messa a punto di metodologie e pratiche di interazione con gli attori territoriali e la focalizzazione sul tema dei segni di vitalità delle comunità, ovvero l’identificazione e il monitoraggio di quei fattori che rendono le nostre comunità capaci di mobilitarsi e di promuovere forme, anche autonome, di cura e presa in carico di problemi collettivi e di promozione del benessere sociale.

Da qui è partito un secondo fronte di ricerca: sullo sfondo sociodemografico tratteggiato dalla prima ricerca, letto anche nelle sue tendenze di medio-lungo periodo, si è innestato il confronto con alcuni attori locali, realizzato attraverso dei focus group, per declinare letture e interpretazioni sugli indicatori utilizzati e collegarle a possibili ipotesi di intervento.

Un primo giro di focus ha coinvolto interlocutori strategici, cioè soggetti locali interessati, per ruolo, a riflettere sullo stato di vitalità della comunità e non solo all’attività erogativa della Fondazione: uffici di piano, aziende speciali, centro servizi per il volontariato, cooperative sociali tradizionalmente presenti sul territorio e capofila di coordinamenti territoriali. Il secondo fronte ha invece coinvolto diverse organizzazioni con esperienze specifiche su alcuni temi risultati come prioritari dalle letture precedenti, ovvero vulnerabilità, disabilità e povertà educative. Il lavoro, in questo momento, è ancora in corso.

 

Che indicazioni sono uscite da questo lavoro di confronto e interazione con gli attori locali?

Innanzitutto abbiamo avuto riscontro sul dispositivo attivato, rilevando un forte apprezzamento per la proposta fatta. Gli attori della programmazione sono in forte difficoltà nel reperire dati e costruire letture sulle proprie comunità. È stato valutato molto favorevolmente il fatto che la Fondazione abbia voluto promuovere questo tipo di approfondimento, a supporto di una progettualità del welfare territoriale che integri l’apporto di soggetti pubblici e privati, tanto che una delle indicazioni emerse è che la Fondazione stessa possa assumere formalmente e strutturalmente questo ruolo.

La seconda sottolineatura riguarda le modalità attraverso le quali condurre la rilevazione e valorizzarla a supporto degli interventi rivolti a promuovere la coesione sociale delle comunità territoriali. Si è riscontrata utilità nel percorso di riflessione condivisa avviato, poiché la sola raccolta dati, senza l’allestimento di contesti di confronto per l’elaborazione di letture e ipotesi di intervento, rischia di produrre ricadute frammentarie, mentre l’obiettivo riconosciuto dagli interlocutori è stato quello di alimentare processi di co-progettazione con il concorso di una pluralità di attori sociali.  Si è sollecitato anche il fatto di utilizzare non unicamente dati secondari, ma anche fonti dirette del territorio, rilevazioni che interpellino la cittadinanza stessa, poiché le nuove forme di attivazione sono spesso informali, difficili da intercettare se ci si riferisce unicamente a realtà istituzionali e strutturate.

Infine, è emersa l’esigenza di precisare meglio le ipotesi di riferimento utilizzate per definire il focus di interesse del lavoro di approfondimento, ovvero cosa specificamente intendiamo per welfare di comunità e cosa per comunità vitali, quadri di riferimento ancora relativamente recenti, per i quali non si può fare riferimento ad una definizione univoca della letteratura. Il tema dei segni di attivazione della comunità è stata l’area su cui ci si è soffermati.

Le indicazioni emerse dai focus group con gli stakeholder del territorio permetteranno di ridefinire il sistema degli indicatori, che potrà essere articolato sulla base di tre macroaree: indicatori relativi a territorio e popolazione,  indicatori relativi ad abitare, economia e lavoro, educazione e mobilità (in base ai quali rappresentare lo “stato di salute” della comunità in termini di qualità della vita), indicatori relativi ai legami sociali e alla cittadinanza attiva (in grado di evidenziare lo stato di attivazione dei soggetti della comunità e la sua capacita di trattare le problematiche che in essa si generano).

 

Il percorso che avete intrapreso, cambia in qualche modo il ruolo delle fondazioni di tipo comunitario?

Sino ad ora le Fondazioni hanno avuto un ruolo abbastanza definito, di intermediazione filantropica, è pur vero però che da almeno due/tre anni le 15 Fondazioni comunitari (cui di recente si è aggiunta l’ultima nata, quella di Milano) promosse da Cariplo, hanno avviato esse stesse un percorso di confronto. Ogni due mesi ci si trova, affiancati da consulenti, per rafforzare e anche rivedere visioni e strategie d’azione. Ed è altrettanto vero che, grazie all’impulso della stessa Cariplo con il bando Welfare in Azione (link articolo Ghetti, Dodi), si sono aperti interrogativi importanti sul fatto che le Fondazioni debbano essere solo intermediari filantropici o giocare anche un altro ruolo, di partnership attiva nella costruzione di un welfare comunitario.

L’approccio dei Vital signs per noi è stato uno spunto per lavorare su questo. Deve essere chiaro però che l’esperienza nord americana non interessa tanto per l’utilizzo del marchio e la dimensione puramente comunicativa e di marketing, quanto per il tema del monitoraggio condotto con gli attori del territorio e della connessione con la promozione di strategie di welfare di comunità.

L’impronta che possono dare le Fondazioni, nella sostanza, non è solo legata a quante risorse mettono in circolo nel territorio, ma alla modalità con cui lo fanno. Mettersi al servizio per fornire dati e letture che alimentano conoscenze a supporto della costruzione di una visione sul welfare, monitorare i segni di vitalità delle proprie comunità, sostenere la co-progettazione con gli attori del territorio orientata a moltiplicare le risorse in campo (come insegna l’esperienza della fondazione lecchese) sono tutti spazi di innovazione possibili.

 

È un cambio di prospettiva che genera resistenze?

Si, non saremmo onesti a dire il contrario. Le resistenze derivano da una visione legata alla filantropia classica, per cui le Fondazioni sono viste come i soggetti che si limitano a promuovere nel territorio la cultura del dono, svolgendo attività di raccolta fondi e di erogazione. Per altro quest’ultima prevalentemente con risorse che vengono dal centro, dalla Fondazione Cariplo. Questa è una visione che sopravvive perché più rassicurante, costa meno fatica e ha meno investimento relazionale, ma è sicuramente in declino. A livello operativo ormai nelle Fondazioni comunitarie è maturata in maniera forte l’idea del superamento di questo approccio e della necessità di ritagliarsi un nuovo ruolo.

Parte delle resistenze vengono però anche dai beneficiari stessi. Tante organizzazioni, soprattutto quelle di piccole dimensioni, siamo certi che gradirebbero il permanere di una visione più tradizionale per il semplice fatto che per sopravvivere hanno bisogno di soldi. Ma una funzione puramente erogativa, che polverizza le risorse in tante piccole forme di sostegno, rischia di produrre solo la permanenza di tante organizzazioni autoreferenziali.

 

E dunque, come andrete avanti?

Gli organi di governo della Fondazione sono arrivati ormai a fine mandato. Questo lavoro ha avuto e ha il senso anche di orientare un nuovo piano strategico, che sarà definito dalla nuova Governance.

Abbiamo appena intrapreso un nuovo percorso e dobbiamo ancora vedere dove ci porterà. Certamente dobbiamo procedere nella ridefinizione della nostra strategia, renderla più manifesta all’esterno per capire anche l’effetto che genera.

Ribadiamo, le Fondazioni comunitarie rimarranno certamente e doverosamente intermediari filantropici, il tema è come interpretare il ruolo in chiave evolutiva, dentro uno scenario che è notevolmente cambiato rispetto al passato. Nel tentativo di trovare la risposta, cerchiamo di evolvere e crescere.

 


[1] Gli ambiti territoriali di Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Garbagnate Milanese e Rho, per un complesso di 21 comuni