Un articolo di novembre 2017 su “La Cura è dei casa”, progetto di contrasto al decadimento e alla solitudine degli anziani in atto nel territorio del Verbano Cusio Ossola, finanziato dalla seconda edizione del  Bando Welfare in Azione di Fondazione Cariplo, spiegava i presupposti della sperimentazione,  le caratteristiche degli anziani seguiti, i problemi, i risultati conseguiti.
A oltre un anno di distanza, ormai arrivati alla conclusione del finanziamento, è interessante cercare di capire quali mutamenti si sono verificati grazie alla sperimentazione e quali sono le direttrici individuate per garantire sostenibilità e continuità  alle varie attività messe in atto.

In questi mesi  cos’è cambiato?  Quali sono i mutamenti e le “eredità” più visibili lasciati dalla sperimentazione?

Il progetto La Cura è di Casa[1] è molto cresciuto, in termini di numeri, di rete di lavoro e di prospettive. Ad oggi sono stati intercettati 612 anziani. Di questi 550 hanno beneficiato di interventi e servizi; al momento in carico contemporaneamente ci sono oltre 420 anziani su tutto il territorio del Verbano Cusio Ossola e dell’Alto Novarese e l’obiettivo è rimasto costante: raggiungerne 700entro fine 2019.
È cambiata la deadline di progetto: abbiamo chiesto e ottenuto una proroga a Fondazione Cariplo per poter concludere al meglio alcune attività, utilizzando ciò che abbiamo “risparmiato” dal finanziamento in particolare nel primo anno di avvio del progetto. Ciò ci consente di mettere a regime due azioni avviate qualche mese fa (pianificazione sulla piattaforma on line e compartecipazione alla spesa da parte dei beneficiari) e nel frattempo lavorare sulla sostenibilità di progetto per garantire continuità oltre il 2019.
Il profilo degli anziani su cui stiamo lavorando è caratterizzato da persone non in carico al sistema tradizionale socio-sanitaria, ma che rientrano nella fascia, che abbiamo definito, di vulnerabilità. Abbiamo operato su un target che fino a ieri non veniva preso in considerazione dai servizi tradizionali e abbiamo individuato servizi leggeri o “di bassa soglia”, che possono essere importanti per posticipare un’eventuale presa in carico più complessa, spesso  fisiologica con il passare degli anni o dettata da eventi acuti (es. caduta in casa, deterioramento cognitivo,…). Questo ci ha consentito di operare in un’ottica di prevenzione, attenzione non così scontata nell’ambito della terza età perché il sistema sanitario preferisce dedicarsi alla prevenzione in ambito giovanile o dell’età adulta. Noi abbiamo scommesso nella creazione di una filiera di servizi in grado di rispondere alle diverse esigenze (dalle più leggere alle più complesse), facilitando l’accesso ai servizi e gestendo il passaggio da una fase all’altra del percorso di cura, da un servizio all’altro grazie a un’azione condivisa e coordinata di monitoraggio e sorveglianza.
I nostri anziani vulnerabili hanno un’età media di oltre 81 anni, sono quasi tutti sconosciuti ai servizi tradizionali e nella maggior parte dei casi donne; sono persone spesso sole, prive di una rete familiare o sociale forte, capace di rispondere alle esigenze che a quell’età si manifestano.
Anche la rete di monitoraggio è cresciuta in questo anno e al momento è così composta:

  • 120 operatori professionali: una squadra mista di professionisti dei Consorzi comunali dei Servizi Sociali e delle Residenze per Anziani, che lavora insieme per offrire cura e igiene della persona, assistenza fisioterapica e infermieristica, , attività motorie e supporto psicologico;
  • 150 volontari formati: una squadra in coordinamento con quella degli operatori professionali, che si occupa di socializzazione, accompagnamento e aiuto nella vita domestica. Vogliamo arrivare a 200 volontari competenti, perché i bisogni legati alla socialità e al contrasto della solitudine sono in aumento e sovente bastano un po’ di compagnia o una passeggiata per aiutare gli anziani a stare meglio a casa propria.

Operatori e volontari, pubblico, privato non profit e mondo dell’associazionismo, insieme stanno lavorando per ripensare i servizi tradizionali, mettendo al centro i bisogni della persona anziana in una logica di sussidiarietà e integrazione e per sviluppare una cultura di welfare di comunità, che non deleghi ad altri il farsi carico dei problemi. Proprio in queste settimane abbiamo avviato la piattaforma digitale, rivolta ai beneficiari e ai loro familiari ma anche agli operatori e ai volontari per facilitare l’accesso ai servizi (possibilità di segnalare le situazioni di vulnerabilità), gestire la pianificazione coordinata degli interventi ottimizzando risorse/risposte (la piattaforma viene utilizzata sia dagli operatori professionali appartenenti a organizzazioni differenti sia dai volontari) e infine favorire il monitoraggio più puntuale degli interventi. Sono stati ammessi all’accredito sulla piattaforma più di 220 account.
Abbiamo sperimentato un nuovo modo di attivare la comunità, da una parte stimolandola e sensibilizzandola alla cultura del dono (nel biennio operativo sono stati organizzati più di 60 eventi con brand La Cura è di Casa), dall’altra ingaggiando le persone per (ri)costruire reti di buon vicinato e ripensare all’azione volontaria in una logica integrata con i servizi professionali. Questo approccio multistakeholder, faticoso ma arricchente, ha infine facilitato la collaborazione e la co-progettazione tra partner pubblici, Rsa, associazioni e piccole organizzazioni anche informali, che insieme si sono attivate o per presentare ulteriori bandi di sviluppo delle azioni o per realizzare iniziative dedicate agli 65enni in grado di creare occasioni di incontro e scambio, di promozione della salute e di consolidamento di relazioni in un’ottica di prevenzione alla chiusura, all’isolamento e quindi anche alla malattia.

Ripercorrendo la vostra esperienza quadriennale, potete dirci quali sono stati gli eventuali errori da non ripetere?E gli elementi positivi, anche da sviluppare maggiormente?

 Un percorso complesso come il nostro ha incontrato  delle difficoltà che talvolta hanno rallentato il processo, ma in altre occasioni si sono rivelate opportunità da cogliere per migliorare.
Un aspetto su cui continuiamo a lavorare intensamente, non senza difficoltà, è la costruzione di una rete territoriale diffusa su un territorio molto disperso, capace di rispondere con continuità alle richieste quotidiane delle persone anziane. Questo implica poter contare su una forza di risorse umane (professionale e volontaria) numerosa e ben coordinata, progettando continue azioni di ricerca di volontari motivati e da formare, capaci di collaborare con gli operatori dei servizi tradizionali. Questo lavoro richiede molto impegno e non può essere lasciato alla semplice disponibilità delle persone. Allineare questi elementi non è semplice né immediato. L’errore è stato quello di avere talvolta sottovalutato la complessità di governare questi elementi, dando per scontato che l’aver avviato/facilitato processi di maggior comunicazione e coordinamento tra diversi soggetti e ruoli fosse sufficiente a ridurre la frammentazione. La manutenzione dei legami collaborativi tra i partner è una delle attività che un progetto deve mettere in conto di gestire con continuità.
Un altro errore da non ripetere è quello di non aspettare troppo ad affrontare questioni fondamentali per lo sviluppo del progetto, come quello della ricerca volontari o dell’utilizzo di smartphone da parte degli operatori. E’ bene gestire fin da subito criticità e rischi, cercando insieme di trovare soluzioni e provando a cambiare il modus operandi degli operatori, accompagnandoli verso le opportunità che i cambiamenti possono generare.
Un altro limite dettato dall’inesperienza è stato l’eccessivo investimento, di risorse umane e di tempo, profuso in alcuni eventi ed iniziative che, sul lato raccolta fondi, hanno avuto una resa costi/benefici minima. Nonostante ciò, anche queste iniziative hanno contribuito a costruire reputazione e riconoscibilità del progetto: oggi il logo de “La Cura è di Casa” è conosciuto nel Verbano Cusio Ossola proprio perché capillare è stata la nostra presenza.
Ultimo elemento critico, che potrebbe però diventare una grande risorsa, è stato il percorso che ci ha portato a costruire la piattaforma digitale multistakeholder. Ciò ha richiesto molte energie per analisi, progettazione, messa a sistema, come se a un certo punto venisse messa in discussione l’utilità di sperimentare un sistema di accesso e pianificazione digitale degli interventi.
In realtà se il meta-obiettivo è quello di rivedere le modalità erogative dei servizi domiciliari agli anziani perché si possano raggiungere più persone e offrire risposte diversificate sulla base dei bisogni, ci sembra fondamentale costruire percorsi strutturati e replicabili, che entrino nelle modalità operative sia dei professionisti della cura sia dei volontari.
I fallimenti o i passaggi critici aiutano il progetto ad evolvere e a volte è il passare del tempo che aiuta ad acquisire maggiori consapevolezze.

Un recente approfondimento di LombardiaSociale.it ha evidenziato che un aspetto cruciale per i progetti della prima edizione di WAI è stato quello di individuare, negli ultimi mesi, nuove risorse e canali di finanziamento che permettano di  dare continuità alle diverse attività che hanno visto la luce in corso di sperimentazione.
Che strategie avete individuato  per garantire la continuità e la sostenibilità de “La cura è di casa”? Ad esempio, le azioni che nel progetto avevano un costo, come si sosterranno adesso? Le azioni di fundraising come proseguiranno?

Da tempo riflettiamo sula sostenibilità. Strutturazione e stabilizzazione nel tempo delle attività di progetto richiedono lo sviluppo di un modello di governance diverso da quello odierno, fondato su un accordo tra partner.
Già oggi alcuni aspetti operativi e amministrativi e fiscali pongono una riflessione sulla forma di governance. La titolarità, proprietà e gestione dei dati e della piattaforma ICT, la necessità di emettere fatture per la  compartecipazione, la riconoscibilità come unico soggetto da parte degli anziani, delle famiglie e del territorio richiedono la definizione e creazione di un soggetto unico (da un punto di vista giuridico e fiscale) che però conservi identità, diversità e autonomie, che sono una delle ricchezze di LCDC, e che consenta la flessibilità e rapidità di risposta ai bisogni di oggi (circa 2 settimane per la prima visita all’anziano e conseguente avvio dei servizi).
Nel corso degli ultimi mesi di progetto procederemo quindi ad analizzare le varie forme organizzative e giuridiche possibili (dall’Associazione Temporanea di Scopo, al Consorzio multipartenariato, all’Impresa sociale), dedicando particolare attenzione alle modificazioni in atto e alle opportunità offerte dalla recente Riforma del 3° Settore.
Per quanto riguarda la sostenibilità finanziaria stiamo lavorando su diverse fonti:
piano operativo e azioni di fundraising: gli obiettivi sono stati raggiunti e superati (+10%) sia nel I che nel II anno di progetto: il piano di fundraising del III-IV anno prevede la sperimentazione di alcune forme di fundraising continuativo (es. Campagna Comune Amico degli Anziani)
ricerca di altri contributi pubblici: nel corso del II anno di progetto la Regione Piemonte ha sostenuto la sperimentazione con un contributo di 150.000€
partecipazione a bandi di finanziamento pubblico e privato:

  • è stato promossa una partnership (5 partner di LCDC) per la presentazione di un progetto, con azioni integrative a LCDC, a valere sul bando Interreg Italia – Svizzera: il progetto WelComTech è stato approvato dalla UE e porterà un co-finanziamento delle attività di LCDC per circa 150.000€ (termine aprile 2020);
  • è stato promossa una partnership (4 partner di LCDC) per la presentazione di un progetto, con azioni integrative a LCDC, a valere sul bando regionale WeCare: il progetto WeCare VCO è stato approvato in I fase, siamo in attesa di conoscere l’esito della selezione di II° livello con l’aspettativa di un cofinanziamento delle attività di LCDC per circa 215.000 (termine aprile 2020).
  • È stata promossa una partnership (8 partner di LCDC) per la presentazione di un progetto, con azioni integrative a LCDC, a valere sul bando Intreccci – Compagnia San Paolo: la proposta è in fase di valutazione per passare allo step successivo.

compartecipazione dell’utenza: è stato sviluppato un modello gestionale ed economico-finanziario per la compartecipazione degli utenti anziani alla spesa per i servizi erogati; il modello (particolarmente complesso per la compresenza di partner erogatori sia pubblici che privati) prevede l’imputazione di una quota del servizio erogato sulla base dell’ISEE (con fasce di esenzione, partecipazione al 50% o imputazione al 100%). La compartecipazione sarà avviata da marzo 2019 e le somme raccolte saranno trattate come cofinanziamento privato del progetto.
La proiezione delle spese e delle coperture finanziarie prevede ad oggi la sostenibilità delle azioni di progetto fino ai 2 mesi successivi al termine del progetto Fondazione Cariplo (termine: febbraio 2020).
Sul piano della sostenibilità  economico-finanziaria, i risultati confortanti del progetto verranno posti all’attenzione degli enti pubblici competenti (ASL, Regione) per il riconoscimento di una quota di budget, a valere sul capitolo della prevenzione, che dovrà rappresentare, insieme alla compartecipazione degli utenti la base finanziaria stabile per i servizi agli anziani[2].

Quali connessioni ha stabilito il progetto con i servizi istituzionali del territorio, in particolare con il Servizio di assistenza domiciliare agli anziani?

Il modello organizzativo territoriale è partito dalla presenza nel VCO di numerosi punti erogativi di servizi domiciliari, gestiti dai Servizi Sociali dei Comuni attraverso i sub distretti sociali ,coordinati dalle Assistenti Sociali, e residenziali, gestiti dalle Residenza Sanitarie per anziani.
La sperimentazione ha riaggregato l’intero territorio in 8 aree coordinate da un Network Manager che raccoglie e gestisce il flusso delle richieste, indirizza il bisogno verso le risorse che possono entrare in gioco e gestisce il budget dell’area territoriale (aggregazione della lettura dei bisogni e diversificazione del portafoglio delle risorse attivabili).  Questa figura è una novità introdotta dalla sperimentazione: all’inizio del progetto gli 8 NM si sono candidati sulla base della motivazione personale e su invio delle organizzazioni di appartenenza. Oggi, abbiamo sperimentato che il NM gioca un ruolo fondamentale per l’attivazione dell’ area territoriale: deve avere competenze trasversali, che spaziano dalla conoscenza del sistema dei servizi alla capacità di gestire livelli relazionali molto diversificati, dalle competenze di gestione manageriale (budget di territorio) a quelle rendicontative e di reportistica, dalla capacità d’imparare in corso d’opera a quella di programmare, di promuovere interazioni innovative e “intelligenza collaborativa”. Oggi i NM sono operatori già attivi presso i servizi tradizionali (sia della P.A. sia delle RSA con profili professionali molto diversificati) che si sono sperimentati in ruoli più complessi e articolati: questo è un patrimonio che vogliamo valorizzare e rafforzare perché crea connessione/innovazione con i servizi tradizionali.
A stretto contatto con il NM lavorano circa 20 operatori professionali, che abbiamo chiamato Care Planner: sono operatori di estrazione socio assistenziale già in servizio, in prevalenza con un profilo di assistente sociale (ma non solo), che hanno il compito di rilevare insieme al beneficiario e alla sua famiglia i bisogni degli anziani vulnerabili. Queste figure sono già presenti nel territorio e sono riconosciute come punti di riferimento dei  SAD comunali: questo è stato un elemento facilitante sia per entrare in contatto con nuovi anziani vulnerabili (valorizzazione dell’esperienza e del legame con il territorio), sia per garantire continuità assistenziale quando dalla presa in carico “di bassa soglia” si deve passare a quella socio- sanitaria, più complessa.
Inoltre l’entrata in gioco di molte risorse del volontario, nella maggioranza dei casi di nuovo ingaggio, ha consentito agli operatori NM e CP di arricchire il patrimonio relazionale da attivare anche per altre situazioni e contesti: l’approccio a rete anche per la presa in carico individualizzata è ormai una necessità operativa. La Cura è di Casa ha consentito agli operatori del SAD di leggere i bisogni delle persone anziane vulnerabili in un continuum, in cui il passaggio precedente aiuta/facilita l’agire in quello successivo,  con il beneficiario e con la sua famiglia, e che trova negli operatori territoriali un riferimento di continuità nell’accompagnamento alle cure.

Ci sono eventuali altri aspetti di rilievo che volete mettere in luce?

Con La Cura è di Casa abbiamo avviato un processo ambizioso e complesso per la nostra realtà territoriale, caratterizzata da frammentazione e conflittualità più o meno latenti tra aree e/o tra partner. L’obiettivo di lavoro introdotto (modifica dei meccanismi di funzionamento dell’erogazione di servizi nel contesto territoriale per rispondere meglio ai cambiamenti del welfare dei prossimi anni) ha “costretto” il territorio a condividere attraverso la “pratica” una visione del cambiamento, non sempre facile da immaginare e soprattutto da realizzare nelle azioni quotidiane.
Ai partner della sperimentazione viene costantemente chiesto di uscire dalla logica dei servizi tradizionali per abbracciare nuovi approcci (più “immediati” nella valutazione e presa in carico), nuove tipologie di utenza(anziani vulnerabili e non solo non autosufficienti) e nuove modalità erogative dei servizi (gestiti da reti multicentriche – P.A. , RSA, Cooperative Sociali, Associazionismo, Cittadini).
Un altro aspetto che vogliamo evidenziare è l’importanza di lavorare su una comunicazione efficace per creare un brand riconoscibile e affidabile (brand reputation), in grado di spendersi anche in altri contesti, non strettamente sociali. Comunicare non in “socialese” contenuti di grande impatto sociale è un mestiere che il nostro settore deve imparare a utilizzare. La creazione dell’ormai “famoso” Biscotto di Emma ha permesso a La Cura è di Casa di avere un’identità forte al di fuori dall’ambito del sociale e di essere un progetto riconosciuto e credibile anche in altri settori[3]. Infine la diversificata composizione del partenariato (23 partner) ha consentito alla rete di trovare geometrie variabili quanto a ruoli e collaborazioni, con l’obiettivo di valorizzare le caratteristiche e le competenze di ciascuno. In particolare ci piace evidenziare il ruolo importante che la Fondazione Comunitaria del VCO ha voluto giocare nella Cura è di Casa: da partner “funzionale” alla gestione dei costi legati alla comunicazione e a “portafoglio” della raccolta fondi a partner “attivo” nelle azioni di fundraising in quanto responsabile nella co-costruzione e co-gestione del piano di raccolta fondi sul territorio nonché promotore di azioni di capacity building, in particolare del terzo settore.

 


[1] Dicono di noi:
Corriere della Sera – Buone Notizie, 17 settembre 2018
La Stampa, 26 ottobre 2018
La Stampa, 12 giugno 2018
Vita.it, 20 dicembre 2018
Youtube Iva Zanicchi testimonial
[2] Nel VCO ci sono oggi circa 700 posti in RSA convenzionati e circa 800 anziani in carico ai servizi socio-sanitari territoriali: i 420 anziani vulnerabili, precedentemente sconosciuti ai servizi, in carico oggi a LCDC rappresentano un terzo pilastro di beneficiari cui vanno aggiunte le risorse ingaggiate nell’ottica della promozione dell’anzianità attivae della prevenzione (volontariato competente a favore dei beneficiari o fruitori delle occasioni di incontro, formazione e socialità), che raggiungono le circa 650 persone.
[3] Il Biscotto di Emma, così chiamato in memoria di Emma Morano vissuta nella sua casa di Verbania fino all’età di 117 anni, sostiene il Fondo VCO Social ed è prodotto con cura dal Laboratorio di pasticceria della Casa Circondariale di Verbania nel progetto ”Banda Biscotti”.La creazione del gadget Biscotto di Emma è uno di quei processi generAttivi in grado di allungare la filiera della solidarietà, che si verificano solo quando tutta la comunità si attiva per il benessere del proprio territorio e che ci fanno sperare che si possa costruire un welfare comunitario attento ai bisogni di tutti.