Le dinamiche socio-demografiche. Quali sfide per la non autosufficienza?

SPI CGIL, in collaborazione con Ires Lucia Morosini, ha svolto un’indagine  sui non autosufficienti in Lombardia: l’ipotesi di partenza è che il costante e inarrestabile invecchiamento della popolazione, benchè anticipato dalle proiezioni demografiche, trovi il sistema di Long Term Care (LTC) impreparato. Di fronte alla pressione crescente della domanda di assistenza, il welfare si  rivela inadeguato e continua ad assegnare  molti compiti di cura alle famiglie. Presentiamo qui una sintesi dell’indagine.

In Lombardia, al pari delle altre Regioni, l’invecchiamento della popolazione aumenta costantemente: anche nelle aree più “giovani”  (Brescia, Bergamo, Lodi, Monza-Brianza), gli over 65enni ammontano a oltre un quinto dei residenti e gli over 85enni superano ovunque il 3%, ad eccezione delle province di Bergamo e  Lodi.
A causa dei fisiologici percorsi di decadimento fisico e cognitivo l’accentuata senilizzazione porta con sé un peggioramento delle condizioni di salute generali, parzialmente attenuato dal miglioramento della qualità di vita dei “giovani anziani”, che contano anche su maggiori livelli di istruzione e disponibilità economiche. In parallelo all’aumentata speranza di vita in tarda età, dunque, è aumentato anche il numero di anni trascorsi in buona salute e senza disabilità.
Nonostante i rilevanti progressi compiuti, tuttavia, la senilizzazione della popolazione causa una crescente incidenza di disabilità e perdita di funzionalità[1], cui consegue un aumento della domanda di assistenza.

 

Chi si prenderà cura degli anziani? Il welfare familistico nel nuovo scenario demografico

In questo quadro, il sistema di Long Term Care (LTC) italiano continua a basarsi prevalentemente sull’assistenza garantita dai caregiver dei non autosufficienti, sia direttamente che tramite il ricorso al mercato privato. Il trend di riduzione dei potenziali caregiver accoppiato all’aumento dei non autosufficienti rendono però questo modello poco equo e scarsamente sostenibile  nel medio/lungo periodo.
Il welfare italiano si contraddistingue per la marginalità dei servizi pubblici in natura e il predominio dei trasferimenti economici, che assumono in gran parte la forma di indennità di accompagnamento, diffusa a “macchia di leopardo” nel Paese.
La misura, tuttavia, ha carattere assistenziale, non implica una presa in carico multidimensionale né l’accompagnamento dei beneficiari alla scelta dei servizi più idonei ai loro bisogni; spesso viene utilizzata per l’assunzione di assistenti familiari (badanti), in Lombardia meno diffuse che altrove[2] nonostante i provvedimenti regionali per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro di cura attraverso l’istituzione dei registri e degli sportelli.
Rispetto alle realtà comparabili del Centro-Nord, inoltre, in Lombardia si rileva  un minor sviluppo dei servizi pubblici domiciliari. Il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) mostra in Lombardia vari limiti, comuni anche al resto d’Italia, che contribuiscono a tenere basso il numero degli utenti (compartecipazioni elevate; poche ore per caso trattato; “concorrenza” delle badanti, che garantiscono una presa in carico continuativa anche se, sovente, meno qualificata).
L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), che eroga prestazioni socio-sanitarie garantendo anche la continuità assistenziale in seguito alle dimissioni ospedaliere, evidenzia  coperture inferiori  rispetto alle altre Regioni di riferimento.
La “RSA aperta”, che prevede l’erogazione di servizi socio-sanitari e socio-assistenziali all’interno dei presidi residenziali e al domicilio degli assistiti, ha invece visto una fase di espansione e si è rivelata in grado di mettere efficacemente a frutto le competenze sviluppate dalle RSA lombarde[3].

 

I servizi residenziali lombardi

Il modello lombardo di assistenza ai non autosufficienti si impernia prevalentemente sulle RSA: una rete di 675 strutture convenzionate (la più vasta d’Italia) impiega a circa 16.400 addetti, garantendo 26,3 posti residenziali ogni 1.000 anziani a fronte  della soglia minima di 9,8 fissata dai LEA (tab. 1).

Tabella 1. Offerta di servizi residenziali. Lombardia e ATS. Situazione a dicembre 2017

  Posti letto in valori assoluti Posti letto per 1.000 ultrasessantacinquenni
Strutture Attesa A contratto Sollievo/
Solventi
Alzheimer CDI A contratto Sollievo/
Solventi
Alzheimer CDI
Bergamo 64 8.764 5.461 456 275 832 24,2 2,0 1,2 3,7
Brescia 86 13.602 6.101 704 267 932 25,2 2,9 1,1 3,8
Brianza 59 9.801 5.427 196 326 890 20,4 0,7 1,2 3,3
Insubria 104 6.825 8.654 896 364 770 26,6 2,8 1,1 2,4
Milano 153 13.762 17.129 886 1.091 2.047 22,2 1,1 1,4 2,7
Montagna 46 5.518 3.079 280 121 271 39,5 3,6 1,6 3,5
Pavia 85 5.313 5.548 255 344 659 42,1 1,9 2,6 5,0
Valpadana 78 5.058 7.105 510 278 935 39,2 2,8 1,5 5,2
Lombardia 675 68.643 58.504 4.183 3.066 7.336 26,3 1,9 1,4 3,3

Fonte: Elaborazione IRES Lucia Morosini su dati ISTAT e osservatori sindacali

Malgrado l’offerta sia più sviluppata di molte altre Regioni, le RSA sono sottoposte a una forte pressione della domanda e a lunghe liste d’attesa[4].
Per il 2019 Regione Lombardia ha previsto risorse aggiuntive a carico del FSR (Euro 10.500.000) per aumentare i posti letto destinati ai pazienti con Alzheimer e a quelli in stato vegetativo.
Tuttavia, derivando dalla conversione di posti ordinari, essi non influiranno sullo “smaltimento” delle liste di attesa.
Il finanziamento di questo fondo, inoltre, ha comportato l’abolizione del voucher di 1.000 euro per il pagamento della quota alberghiera degli ospiti più gravi (classi SOSIA 1 e 2).
In un momento in cui il “caro tariffe” colpisce pesantemente le famiglie, non sembrano adeguatamente governati il calmieramento delle tariffe (ottenuto incrementando la parte sanitaria e non certo abbassando gli standard dei servizi), la loro omogeneizzazione territoriale e il sostegno economico ai nuclei meno abbienti.
Nelle strutture lombarde oltre il 95% degli ospiti usufruisce di cure intensive e trattamenti sanitari specializzati (contro il 75% della media italiana), indice di una tendenza alla sanitarizzazione dell’offerta che rischia di far identificare le RSA come soluzione di “ultima istanza” che  accompagna le persone al fine vita.

 

Conclusioni

La ricerca constata che il sistema di LTC lombardo, forse perché imperniato sulle RSA, risulta rigido e poco aperto all’innovazione sociale.
In parallelo, è ancora debole la rete di residenzialità leggera e di soluzioni innovative mirate alla de-istituzionalizzazione e alla presa in carico di soggetti con ridotta autonomia; un’offerta di questo tipo garantisce un contenimento dei costi consentendo agli ospiti di mantenere le proprie relazioni sociali. Ciononostante, comunità alloggio, alloggi protetti e centri diurni hanno al momento una scarsa diffusione sul territorio regionale (tab. 2).

Tab. 1 Offerta di servizi di residenzialità leggera e semiresidenzialità. Lombardia e ATS. Situazione a settembre 2018

Posti in valori assoluti Posti per 1.000 ultrasessantacinquenni
Alloggi protetti C.A.S.A. Centri Diurni Alloggi protetti C.A.S.A. Centri Diurni
Bergamo 103 26 100 0,5 0,1 0,4
Brescia 133 55 804 0,5 0,2 3,3
Brianza 399 48 705 1,5 0,2 2,6
Insubria 212 0 1.585 0,7 0,0 4,9
Milano 474 36 614 0,6 0,0 0,8
Montagna 131 95 385 1,7 1,2 4,9
Pavia 222 63 70 1,7 0,5 0,5
Val Padana 354 6 224 2,0 0,0 1,2
Lombardia 2.028 329 4.487 0,9 0,1 2,0

Fonte: Elaborazione IRES Lucia Morosini su dati Regione Lombardia e ISTAT

Nel quadro delineato non mancano però le potenzialità per sviluppare un welfare più articolato che, non appiattendosi sull’intervento riparatore, punti alla prevenzione e a una miglior qualità di vita di anziani fragili ma non ancora bisognosi di assistenza intensiva. Lo prova l’aumento dei beneficiari alla misura della residenzialità assistita (da 908 beneficiari nel 2016 a 763 soltanto nel primo semestre del 2017).

 


[1] Dal 2000 al 2013  il tasso regionale di persone con limitazioni funzionali è passato dal 4,0% al 4,5%, indicando che la riduzione del rischio individuale di disabilità non riesce a  compensare gli effetti dall’avvicinarsi di una “massa critica” di anziani alle soglie della quarta età.
[2] Secondo le stime dei ricercatori, nel 2016 le famiglie lombarde con almeno un componente ultra65enne che  hanno fatto ricorso a un’assistente familiare erano il 4,7%, uno dei valori più bassi in Italia.
[3]  Nel 2015 i beneficiari sono stati 9.017, mentre nei soli primi 6 mesi  del 2017 sono arrivati a 9.842: la crescita riflette la capacità di intercettare la domanda di servizi socio-assistenziali che l’ADI tradizionale  non riesce a coprire.
[4] A fronte dei 59.000 posti letto contrattualizzati, nel 2017 si contavano circa 69.000 richieste in attesa.