E’ stato pubblicato di recente un lavoro di ricerca, promosso da Fondazione Cariplo all’interno del programma di Welfare in Azione, che ha posto sotto la lente d’osservazione il tema dei luoghi del welfare, ovvero quei contesti in cui ha preso forma il welfare di comunità, allestiti e sperimentati dai progetti finanziati in questi anni, che partendo da spazi fisici (o anche arrivandoci come destinazione) hanno generato “interazioni ripetute tra le persone, orientate allo sviluppo di relazioni di sostegno reciproco e di forme di collaborazione”.

Stefano Laffi e Massimo Conte, autori del 32° quaderno dell’Osservatorio Cariplo, a partire dal lavoro di monitoraggio e valutazione dei progetti direttamente condotto in questi anni per la Fondazione, hanno cercato di approfondire diverse questioni: da dove si comincia per “dare vita a un luogo di comunità”; che cosa connota questi luoghi; dove sono fisicamente ubicati e che relazione c’è con il contesto che li circonda; come viene giocato il ruolo degli operatori; quali sono le forme di ingaggio dei cittadini; cosa viene prodotto e cosa si genera in questi luoghi; cosa rimane ovvero quale continuità e sostenibilità per il futuro…

Il quaderno è corredato da immagini fotografiche scattate dal fotografo Luca Meola (compresa quella utilizzata in questo sito), che ritraggono molti di questi luoghi e le persone che li vivono.

 

Lezioni apprese

Il lavoro di ricerca è molto ricco, rimandiamo alla sua lettura integrale, per poter cogliere appieno i tanti spunti di riflessione e le articolate osservazioni proposte. Qui ci soffermiamo su alcune considerazioni che emergono nella parte conclusiva, in cui si tenta di focalizzare alcune lezioni apprese che, come specificano gli autori, non sono intese tanto come linee guida prescrittive, piuttosto aspetti a cui prestare attenzione, quesiti da porsi e temi su cui riflettere nell’apprestarsi ad affrontare questo tema. Nel testo sono riportate tredici lezioni, qui se ne riprendono alcune – riproponendole in altra forma – ovvero quelle che hanno risuonato di più in chi scrive.

L’estetica e la cura – Tenere a mente l’estetica dei luoghi è importante. Per poter essere spazi in cui alle persone venga voglia di sostare e soprattutto di tornare, devono essere spazi resi belli e accoglienti. La cifra della cura, del calore, della piacevolezza è un tratto fondamentale di questi luoghi.

La duttilità – I luoghi di comunità sono attraversati da target differenti e sono utilizzati per fare cose molto diverse (laboratori, attività di gruppi, incontri individuali). La possibilità di essere modificati agevolmente, riadattati a seconda dell’occorrenza, è un’altra connotazione importante. Servono luoghi modulabili, con angoli allestiti in modi differenti e soprattutto modificabili direttamente da chi li abita.

La piccola scala – Nei luoghi di welfare non conta tanto realizzare iniziative per raggiungere grandi numeri, ma la qualità della relazione che si riesce ad instaurare tra le persone. Per questo sono luoghi tarati su piccola scala, dove le persone possono riuscire a relazionarsi, riconoscersi e costruire legami.

L’apertura e la permeabilità – Non sono luoghi chiusi tra le loro mura e non si esauriscono nelle azioni che lì dentro si realizzano, ma sono contigui al contesto che li circonda. Sono “simili a soglie” si dice nella ricerca, per sottolineare l’importanza della permeabilità che devono avere, della conoscenza e interazione con il contesto che vi sta intorno, della connessione con tutti gli altri luoghi che in quel contesto coesistono e che fanno parte della quotidianità delle persone lo vivono (negozi, piazze, parchi, bar…).

L’allestimento in progress – I luoghi di comunità sono luoghi co-costruiti con chi li abita. Se vogliono generare attivazione nelle persone non possono essere già definiti, pensati da altri, “saturi” di iniziative già strutturate, ma piuttosto prendere forma in modo incrementale, attivando il protagonismo delle persone, da completare dunque in itinere e da sistemare continuamente. Per altro gli autori sottolineano quanto questa partecipazione all’allestimento generi senso di appartenenza e la possibilità di costruire progressivamente un utilizzo autonomo e responsabile degli spazi da parte dei cittadini stessi. Questo ha a che fare con la dimensione del potere (“riconoscere agli altri il potere di decidere e di poter fare” in questi luogo) e della fiducia che si riesce reciprocamente ad accordare.

La possibilità dell’uscita – I luoghi di welfare non sono luoghi statici, non lo sono nella forma come si è detto, ma neanche nella partecipazione e nelle relazioni costruite. Proprio perché sono luoghi di senso, il senso può evolvere e le persone possono decidere, e sentire, che quell’esperienza di partecipazione è giunta al termine. E’ importante che la “possibilità di uscita”, si dice, sia garantita e curata come quella di aggancio e ingaggio, anche perché un’uscita da questo luogo, può segnare la semina e il germoglio di qualcosa d’altro, in un luogo altro.

Una certa dose di inefficienza – L’attivazione di luoghi di welfare è un processo ad alto grado di inefficienza. Ricordano gli autori quanto i tempi si dilatino nella ricerca di una progettazione partecipata con i cittadini; quanto la ricerca di una collaborazione tra diversi, porti naturalmente con sé conflitti e turbolenze; quanto gli stalli e le sospensioni facciano parte del percorso di generazione di luoghi di welfare. Il valore di quanto costruito però non è tanto da ricercare nel prodotto realizzato (l’evento, la festa, il laboratorio), quanto nel processo che lo ha generato, nel protagonismo che ha mobilitato, nelle competenze che ha permesso di scambiare e acquisire, nei nuovi legami che ha contribuito a costruire…

Il pensiero alla sostenibilità – E’ importante avere da subito il pensiero rivolto alla sostenibilità e alla continuità dei luoghi del welfare. Come possono andare avanti, come devono trasformarsi questi luoghi una volta concluso il progetto? “Il luogo recuperato non può essere fatto tornare all’abbandono, le energie attivate non possono essere lasciate spegnersi le relazioni coltivate non possono improvvisamente interrompersi”. Abbiamo tentato in questo sito di raccogliere le esperienze di come i progetti della prima edizione stanno affrontando la sostenibilità di quanto avviato con il Bando WiA ed emergono alcune strategie e orientamenti: l’acquisizione all’interno della programmazione dell’intervento pubblico, la ricerca di altri bandi e occasioni di finanziamento, la trasformazione delle pratiche amministrative per poter condividere responsabilità con i cittadini…