Il Programma QuBì

Il Programma contro la povertà infantile è promosso da Fondazione Cariplo con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi e Fondazione Fiera Milano e in collaborazione con il Comune di Milano.
QuBì è un programma triennale che ha l’obiettivo di rafforzare la capacità di contrasto della povertà minorile a Milano, promuovendo la collaborazione tra le istituzioni pubbliche e il terzo settore ed implementando azioni di sistema capaci di prendere in carico i minori e le loro famiglie in condizioni di povertà e costruire opportunità e percorsi di fuoriuscita dal bisogno.
QuBì vuole incentivare un Patto per la Città che aggreghi le diverse realtà del pubblico, gli attori del terzo settore, le aziende e i cittadini.

La prima azione di sistema lanciata dal Programma è stata “Al Bando le Povertà!”, una call che ha permesso di coinvolgere 557 organizzazioni in 23 reti cittadine che gestiranno un budget di quasi 5 milioni di euro per realizzare le “ricette” di quartiere, strutturate grazie all’aiuto di facilitatori. Un aiuto concreto di cui beneficeranno, si stima, quasi 60mila abitanti della città, dei quali la metà sono bambini ed adolescenti. Questa azione è stata realizzata in stretta collaborazione con il Comune di Milano che, grazie a QuBì, sta rafforzando il comparto degli assistenti sociali dei servizi territoriali e partecipa attivamente alla declinazione delle azioni.

Oltre al kick-off dei 23 progetti nei quartieri protagonisti del bando, obiettivo prioritario del Programma QuBì per il 2019 è quello di continuare a rispondere alle necessità alimentari delle famiglie in povertà grazie all’apertura di nuovi Empori della Solidarietà e ad una ottimizzazione degli Hub del Banco Alimentare per il recupero e la redistribuzione degli eccessi alimentari.

 

QuBi è un intervento finalizzato a contrastare la povertà minorile. Da quali dati e analisi è emersa la priorità e la necessità di un intervento di questo tipo?

Il lavoro fatto “sui dati” è stato, e continua ad essere, un lavoro molto importante e consistente che come Fondazione abbiamo fortemente voluto e sostenuto, soprattutto nel tentativo di valorizzare e connettere banche dati non abituate a dialogare.

Da un lato, abbiamo avviato un lavoro con Caritas Ambrosiana e con il Banco Alimentare sulle modalità di raccolta dei dati e sul tipo di scheda utile per raccogliere dati, in particolare per quanto riguarda le strutture convenzionate con il Banco Alimentare. Non sempre, infatti, le strutture convenzionate prevedono strumenti specifici per la raccolta dei dati e per una raccolta funzionale al dimensionamento della povertà minorile.
Su un altro versante, ma sempre nel merito di affinare strumenti specifici di raccolta dati e dimensionamento della povertà minorile, abbiamo siglato una convenzione con l’Assessorato Politiche Sociali del Comune di Milano e in particolare, con l’Ufficio che gestisce i contributi di sostegno al reddito.
Nel momento in cui abbiamo avviato questa collaborazione, il Comune di Milano stava lavorando alla revisione della Tari, incrociando tanto dati reddituali e patrimoniali, quanto dell’anagrafe cittadina e questa era “un’occasione” importante per provare a incrociare il dato relativo alle persone che accedono a misure di sostegno al reddito con i dati sul nucleo familiare, perché il problema dei dati relativi ai contributi di sostegno al reddito è che si conosce il beneficiario, ma non si riesce a capire immediatamente se ci sono dei minori “dietro” alla richiesta di sostegno al reddito.
Grazie alla collaborazione con il Comune di Milano, siamo riusciti a incrociare ventuno banche dati relative a misure a titolarità pubblica e questo ci ha permesso di individuare in forma anonimizzata 9.433 nuclei familiari che accedono ad almeno una misura di contrasto delle povertà (importante ricordare che il Comune di Milano ha la disponibilità di dati relativi alle misure comunali, ma anche ad alcune nazionali).
Andando ad analizzare, attraverso i dati dell’anagrafe, la composizione dei nuclei di queste famiglie, siamo arrivati a stimare 19.733 minori che vivono in situazioni di povertà, accedono a misure di sostegno al reddito e in qualche modo sono collegati ai servizi (le stime Istat dei minori in condizioni di povertà sulla città di Milano parlano di un dato molto simile intorno a 20.000/21.000 unità).
Importante anche evidenziare che quando abbiamo chiesto al terzo settore coinvolto nelle reti, quanti sono i minori a cui danno una risposta, il terzo settore ci ha risposto 28.000. Tra i quasi 20.000 che accedono a contributi di sostegno al reddito e il terzo settore che ne vede 28.000, cominciamo ad avere “l’alto e il basso” del dimensionamento.

La sfida di QuBì, oltre a cercare di incrociare, sempre in modo anonimizzato, i dati del pubblico e del terzo settore, per riuscire a dimensionare la capacità di risposta della città, è andare a capire chi rimane fuori dai servizi, perché questi 19.700 sono “le parti attive”, sono cioè quei minori che appartengono a nuclei familiari che si sono attivati per accedere alle misure che non vengono mai assegnata o erogata “in automatico”. Pensiamo quindi, che ci siano molte persone in condizione di povertà che non accedono a misure di sostegno al reddito e che non sono “nei radar” del terzo settore: la nostra sfida è capire quante sono queste persone, quanti nuclei e quanti minori.
Per questo motivo, stiamo facendo un grosso lavoro con Banco Alimentare e con Caritas per affinare la modalità di raccolta dati, perché sono due realtà che intercettano moltissima povertà e povertà alimentare.
Non ultimo, nelle reti di quartiere dei progetti QuBì sono coinvolte complessivamente, sulla città, 500 organizzazioni e diventa quindi importante capire queste organizzazioni chi incontrano e intercettano e che dati emergono dai quartieri.
Al momento, abbiamo consegnato alle reti un semplice file excel proposto da una stessa realtà delle reti e, parallelamente, stiamo sostenendo una azione di capacity building delle stesse organizzazioni per implementare le capacità di rilevazione e analisi dei dati.

Finalità di QuBì è certamente quella di capire come lavorare sui dati, ovviamente nel rispetto della privacy e del consenso del singolo cittadino, per dimensionare quante famiglie e quanti minori sono in condizioni di povertà e quali interventi disegnare partendo dai dati.

 

Quali forme e caratteristiche assume la povertà minorile nei quartieri in cui state intervenendo?

La povertà assume moltissime forme e richiede altrettante e diversificate progettazioni, strategie di intervento con i beneficiari e modalità di collaborazione tra organizzazioni.
Cercare una univoca e condivisa definizione di povertà non è facile. 

Grazie al Fondo per il contrasto delle povertà educative, si è molto ragionato nei territori su quella che è la povertà educativa. Con QuBì abbiamo scelto di lavorare su un altro tipo di povertà in cui sicuramente c’è anche la povertà educativa, ma è una forma di povertà forse meno trasversale, ma più marcatamente materiale: la povertà delle famiglie che non riescono a permettersi una alimentazione sana e bilanciata, una povertà che non permette di accedere alle cure sanitarie preventive (cure dentali, oculistiche…), la povertà di famiglie che non hanno strumenti per leggere ciò che c’è sul territorio, che non accedono al pediatra, che non riescono ad accedere ai contributi esistenti e ad orientarsi tra le tante risorse che ci sono a Milano, condizioni di povertà che tengono le famiglie ai margini, famiglie che non accedono ai nidi e spesso anche ai servizi per l’infanzia…
Persone in povertà che non hanno strumenti, che hanno timore a chiedere aiuto, anche perché spesso vivono in situazioni abitative illegali, che anche nel lavoro vivono di espedienti… E in queste povertà, certamente è presente anche la povertà educativa perché “se faccio fatica a mangiare e non ho un’abitazione dignitosa, non solo non vado in vacanza, ma non vado neanche a vedere il Duomo di Milano”.

 

Quali strategie e interventi le reti territoriali stanno declinando?

Una strategia che chiediamo alle reti di sviluppare è di allargare la rete stessa, di avviare dialoghi, scambi e confronti con “i vicini”, dove spesso i vicini sono le parrocchie che sulla città di Milano, intercettano molte povertà. Potersi confrontare per conoscere chi le diverse organizzazioni intercettano, quali povertà si incontrano e capire se si intercettano le stesse persone, se si incontrano le stesse forme di povertà o se ci sono invece persone che ricevono risposte parziali o frammentarie.
Si continua a ripetere la necessità di mettere le persone al centro: QuBi sta cercando degli strumenti perché questo accada. Vogliamo lavorare con le famiglie in condizioni di povertà, ben consapevoli che spesso la povertà porta con sé un disagio sociale forte, talvolta è accompagnata anche da situazioni di disagio psichico o incontra delle disabilità, ma tenendo al centro le povertà economiche.
La povertà educativa intercetta anche famiglie benestanti che non hanno strumenti per lavorare in modo adeguato sulla genitorialità, ma non è questo il target di QuBì: vogliamo tenere l’attenzione sulla povertà materiale, cercando di definirla in modo sempre più specifico.

Un’altra strategia importante è far lavorare pubblico e privato allo stesso tavolo e con costanza perché possa esserci una ricomposizione delle risorse esistenti e con una attenzione a setacciare anche le risorse informali. Le reti QuBì, oltre all’assistente sociale comunale e alle associazioni, cooperative, parrocchie, stanno intercettando anche un ricco tessuto informale composto da social street, gruppi scout, associazioni sportive dilettantistiche che non si sono mai interrogate in modo specifico sulla povertà.
Allargando la platea dei partner, si sta cercando di attivare e far convergere quante più risorse possibili.

QuBi, nel momento in cui lo abbiamo ideato, voleva anche facilitare la messa a terra del REI. Con il passaggio da REI a Reddito di cittadinanza, la platea di riferimento di questa misura è cambiata ed è certamente più ampia della platea alla quale si rivolge QuBì. Ciò nonostante, dal cambiamento normativo alla sua declinazione operativa, i tempi saranno lunghi e QuBì si inserisce e interviene nel contrasto delle povertà dentro a questo arco temporale in cui le funzioni e le competenze non sono ancora definite in modo puntuale.

Non ultimo, investire 25 milioni di euro sulla città di Milano a contrasto della povertà minorile significa poter avere a disposizione tre anni di lavoro in cui andare davvero a dimensionare la povertà minorile e progettare strategie efficaci di uscita delle famiglie da quel circolo spesso vizioso che è la povertà, soprattutto oggi in un contesto quale quello attuale dove l’ascensore sociale non funziona e dove la povertà assume sempre più un carattere di ereditarietà intrafamiliare.
Stiamo cercando di lavorare su un livello micro e su un livello macro.
A livello micro, crediamo necessario sostenere una adesione importante dei quartieri, cercando di comporre ciò che già c’è e appoggiare nuove e ulteriori risorse sul lavoro a sostegno alle persone in povertà.
A livello macro, vogliamo mantenere uno sguardo sulla città, sostenendo alcune azioni trasversali: stiamo finanziando l’apertura di diversi Empori della Solidarietà, così come stiamo cercando di lavorare su grossi temi trasversali, ben sapendo che non è semplice, soprattutto quando si entra nel merito di temi quali casa e lavoro che richiedono risorse che trascendono le disponibilità del programma.

 

Quali collaborazioni e integrazioni “innovative” state sperimentando tra attori e istituzioni locali?

L’alleanza con i servizi sociali e le assistenti sociali del Comune di Milano parte da uno degli assunti del REI che individuava nell’assistente sociale il case manager che avrebbe dovuto attivare una serie di risorse intorno alla famiglia. Ma le risorse pubbliche sono una parte delle risorse della città; quando abbiamo fatto la call “Al Bando le povertà!” non ci immaginavano una risposta così massiccia da parte delle organizzazioni del terzo settore. Hanno risposto 570 organizzazioni e stanno crescendo.
Partivamo dall’assunto che pubblico e privato sociale potessero essere risorsa l’uno per l’altro, provando anche a scardinare una modalità di esternalizzazione del pubblico verso il privato sociale, soprattutto nel merito di determinati servizi o aree di intervento. Abbiamo lavorato con l’Assessorato Politiche Sociali e siamo arrivati a istituire una “coppia” per ogni rete di quartiere, costituita da un referente del terzo settore e da una assistente sociale comunale che abbiamo chiamato assistente sociale di comunità.
L’Assessorato alle Politiche Sociali ha scelto di chiedere al servizio sociale territoriale degli 8 Municipi della città (sono 9, ma il Municipio 1 non è stato coinvolto) di individuare una assistente sociale che volontariamente, avesse voglia di “uscire” dal servizio e andare a lavorare nel territorio in collaborazione con il terzo settore e con il volontariato.
L’istituzione della coppia assistente sociale di comunità – referente di rete sta richiedendo tanto alle assistenti sociali, quanto ai referenti di rete un lavoro importante sui linguaggi e sulle “rappresentazioni” reciproche sul lavoro e sui mandati dei servizi.
Si sta sperimentando una modalità di accompagnamento nuova che guarda a una condivisione dei bisogni e lavora per una ottimizzazione delle risorse: se incontro per esempio, cinque mamme con lo stesso problema, posso lavorare allo stesso bisogno in maniera condivisa e ottimizzando le risorse.

Abbiamo anche iniziato a lavorare con i Servizi all’infanzia del Comune di Milano e stiamo cercando di capire quali sono le esigenze delle famiglie in povertà che fruiscono di quei servizi. Una iniziativa che abbiamo appena finanziato nella scuola primaria è la frutta a metà mattina, perché oltre a prevenire lo spreco di frutta laddove è offerta a fine pranzo, permette l’accesso alla frutta anche a quei bambini che altrimenti non la mangiano, perché spesso le famiglie in condizioni di povertà fanno più fatica ad accedere al fresco.

Un altro fronte di lavoro importante è il percorso che stiamo avviando con ATS Milano e con le Aziende ospedaliere della città per cercare di capire quali sono i bisogni di salute di una comunità che si trova in povertà: stiamo lavorando anche sui dentisti, sulla maternità, con i consultori, perché siamo tutti d’accordo sul fatto che prima incontriamo le persone in condizioni di povertà, maggiori sono le possibilità di risolvere i problemi e minori saranno i costi, per le stesse famiglie e per la comunità.

Complessivamente, stiamo registrando una forte volontà delle istituzioni a mettersi al tavolo per trovare strategie comuni.

 

Come state interpretando, dal punto di vista delle strategie e delle policy, il lavoro con i minori e le famiglie? Quali connessioni tra politiche attive e politiche passive?

Politiche attive e politiche passive: l’una necessita dell’altra, ma richiedono un dimensionamento. È necessario conoscere in modo specifico e dettagliato la platea alla quale ci si riferisce, per disegnare politiche attive e passive.
Questo dovrebbe essere uno dei lasciti di QuBì: guardare i bisogni, capire come rispondere a quei bisogni, fornendo anche contributi economici, ma mettendo la persona nelle condizioni di essere parte attiva nella costruzione della risposta. Molte persone in povertà sono competenti, arrivano ai servizi per passaparola, sanno muoversi, seppur lentamente, seppur in modo non sempre lineare, ma arrivano a intercettare le risorse che la città mette a disposizione. C’è poi parte della platea che resta fuori dai servizi e dalla proposta del terzo settore: dobbiamo capire chi sono queste persone e perché non accedono ai servizi, siano essi sociali, educativi, di sostegno al reddito…
Capire quale è la platea alla quale ci si sta riferendo per capire se sostenere maggiormente politiche attive o politiche passive e per dimensionare gli interventi. Anche osservando e cercando di comprendere molto bene cosa sta succedendo nei quartieri e chi stiamo incontrando.
Una rete QuBì, all’inizio della scuola, ha regalato zaini: sono arrivate 200 mamme, nessuna agganciata ai servizi sociali, ma tutte in situazioni di disagio sociale ed economico e hanno saputo fruire dell’opportunità.
Oggi una mamma sola che lavora part time, ma ha i figli che non fruiscono dei servizi educativi, cosa fa?

Politiche attive e politiche passive devono essere pensate come fortemente connesse e modulate in relazione ai bisogni. Come eroghiamo misure di sostegno al reddito sostenendo però l’attivazione e la partecipazione dei soggetti? Quale criterio di condizionalità? Per quali motivi una famiglia non ottempera l’obbligo scolastico? Quali connessioni tra sociale ed educativo? Queste sono alcune delle domande che stanno orientando i nostri interventi e intorno alle quali stiamo cercando di costruire approfondimenti mirati per costruire interventi mirati.
La povertà non è qualcosa che riguarda solo il futuro dei bambini, ma è un problema dell’oggi dei bambini e la comunità ha una responsabilità.