A che punto siamo

La legge di approvazione del Reddito di cittadinanza risale a 7 mesi fa, da marzo 2019 è possibile per i cittadini farne richiesta presso Caf, Poste e Patronati o direttamente on-line dal sito ministeriale. Gli ultimi dati, recentissimi[1], fotografano per la Lombardia più di 153mila domande presentate, di cui poco più della metà risultano accolte, ovvero 86.952 nuclei beneficiari. Rispetto alla condizionalità della misura, sappiamo che al netto delle Pensioni di cittadinanza e chi ne viene escluso[2],  i nuclei beneficiari sono divisi tra chi deve essere contattato dai servizi al lavoro CPI/Afol per il Patto per il lavoro e chi viene invece indirizzato presso i servizi sociali dei comuni, singoli o associati, per la definizione del Patto per l’inclusione sociale, secondo alcuni specifici criteri[3]. Lo “splitting” è però subordinato alla messa a disposizione di due piattaforme, una da ANPAL per il lavoro e una dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per i comuni. Rispetto al REI, il RdC dunque non contempla più il ruolo dei Comuni sin dalla fase di accesso, per la presentazione della domanda, pertanto i territori non hanno avuto contezza della dimensione e delle caratteristiche dei nuclei percettori del beneficio, almeno sino ad ora. Da qualche settimana infatti è stata resa disponibile la piattaforma GEPI (Gestionale progetti per l’inclusione) e sono partite le procedure di accreditamento da parte dei comuni, al fine di poter visionare i beneficiari del proprio territorio assegnati al Patto per l’inclusione sociale e procedere con le convocazioni per l’avvio delle prese in carico.

Per gli operatori sociali comincia dunque da questo momento il concreto percorso attuativo. Come è andata sino a qui e che fatiche evidenziano i territori?

 

Le fatiche dell’attuazione

Una prima fase di limbo

Questa prima fase transitoria, di passaggio alla nuova misura, per i Comuni è stata nel segno dell’attesa e talvolta della frustrazione.  Gli operatori sociali in questi mesi non hanno potuto conoscere i nuclei beneficiari o, quando alcuni di questi si sono presentati spontaneamente ai servizi, non hanno potuto sapere se sarebbero stati indicati tra i nuclei destinati al percorso sociale. Il primo effetto della perdita di presidio dell’accesso è stato dunque uno stato di sospensione, ora interrotto con la ricezione degli elenchi tramite GePI. Il secondo effetto è una certa frustrazione nel ricevere persone che si rivolgono al Comune per avere supporto e orientamento nel comprendere le procedure (perché è cambiato l’importo del Reddito? Perché il beneficio mi è stato sospeso? Ho ricevuto il messaggio sms ma non mi è arrivato nulla, perché?…). Domande legittime da parte del cittadino, ma che i Comuni non sono stati più in grado di presidiare. Se nel percorso del REI avevano infatti accesso alla piattaforma INPS per verificare lo stato della domanda e l’eventuale presenza di anomalie (es. la necessità di presentare REI-com) e orientare così il cittadino; ora non si hanno più strumenti diretti. L’unica cosa che è stato possibile fare – nei casi di maggior proattività dell’operatore – è chiedere alle persone di presentarsi con il proprio SPID per decodificare insieme la pagina personale di MyINPS e cercare di capire il problema. Una rarità purtroppo, possiamo immaginare che la prevalenza sia stata un rinvio a INPS o a Caf e Poste.

L’effetto perverso sul potenziamento dei servizi

Il Reddito di Cittadinanza, come si sa, ha mantenuto il Fondo Povertà istituito con il REI. Un fondo composto da risorse che non sono direttamente destinate ai cittadini ma agli ambiti territoriali per il potenziamento dei servizi, istituito a partire dal 2018 e in crescita per gli anni successivi. Questo ha significato per gli ambiti lombardi un primo stanziamento di oltre 32 milioni di euro, arrivati nelle casse dei soggetti capofila degli ambiti territoriali a fine 2018, per potenziare i punti di accesso e il servizio sociale professionale – ovvero assumere personale – e rafforzare interventi di sostegno ai cittadini percettori delle misure, a supporto delle progettualità (assistenza domiciliare, mediazione famigliare, educazione finanziaria, tirocini di inclusione sociale…). Dalla primavera 2018, in concomitanza con l’avvio del RdC, sono usciti moltissimi bandi di concorso e si sono aperte nuove possibilità di assunzione, seppure a tempo determinato, per tanti assistenti sociali. Il combinato di questa importante immissione di nuovo personale nei servizi, di fatto però impossibilitato ad operare pienamente per la mancata indicazione dei beneficiari che si descriveva prima, ha generato da una parte un sotto-utilizzo del potenziamento previsto dal legislatore, dall’altra un significativo turn over del personale. Nei territori più evoluti questo tempo “morto” è stato impiegato per sostenere il nuovo personale, gran parte alla prima esperienza professionale, con formazioni ad hoc sulle politiche di contrasto alla povertà, sull’approfondimento dell’approccio previsto dalla misura, sugli strumenti di presa in carico promossi sin dalle Linee guida del SIA…ma in tanti hanno comunque sofferto questa fase in cui si è avuta spesso la sensazione di “tempo e risorse sprecate”. Quanto al turn over di operatori neo-assunti, certamente ha influito un mercato particolarmente favorevole, ma la sensazione diffusa è che tanto abbia fatto anche il contesto nel quale queste figure si sono trovate ad operare, o sarebbe meglio dire a non-operare.

Una platea “incerta”

Adesso che GePI è operativo, ultimando le procedure di accreditamento, i comuni possono vedere i nuclei assegnati al percorso sociale. Sappiamo che la norma prevede l’identificazione di specifici requisiti ad orientamento dello splitting. Vanno verso il lavoro i componenti del nucleo, tenuti agli obblighi, che sono senza occupazione da meno di due anni; beneficiari di NASpI o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria[4]; che hanno attivo un patto di servizio presso i centri per l’impiego e che non abbiano sottoscritto in precedenza un progetto personalizzato Sia/REI, oppure in fascia d’età compresa tra 18 e 29 anni. Tutti gli altri vengono inviati al Servizio sociale per il percorso di inclusione. Le stime elaborate parlavano di una proporzione 40-60, ipotizzando numeri superiori per la parte sociale.

Ora che le platee sono identificate scopriamo che:

  • i numeri sono certamente aumentati rispetto al REI , ma per il sociale risultano al di sotto delle stime. Diversi contesti ci segnalano una sostanziale equivalenza tra quanti inviati al sociale e quelli ai Cpi/Afol, o addirittura numeri inferiori (vicini al 40%). La piena entrata in vigore di GePI, anche per la parte anagrafica riferita all’intera platea dei beneficiari RdC, aiuterà in futuro ad avere monitoraggi puntuali su questo aspetto.
  • Alcuni nuclei seguiti in precedenza, con il REI, passati al RdC in ragione di un beneficio economico più generoso, non si ritrovano negli elenchi dei comuni. Talvolta si tratta di situazioni con progetti personalizzati ancora attivi e con sostegni avviati, come ad esempio tirocini finalizzati all’inclusione, quindi con progetti che potrebbero rientrare nel Patto per l’inclusione sociale, ma con l’impossibilità che questo venga siglato. Forse lo splitting non ha funzionato come ci si immaginava, e hanno prevalso altri indicatori, come il rilascio della DID o il patto di servizio?
  • non è ancora agevole il confronto tra sociale e lavoro. Le due piattaforme non dialogano ancora, pertanto non è possibile per i Cpi inviare ai servizi sociali i nuclei ex REI finiti nei propri elenchi. Per altro le modalità specifiche di questo eventuale passaggio devono essere normate centralmente ed è imminente un tavolo tecnico ministeriale su questo tema. C’è da dire inoltre che non sempre le relazioni tra sociale e lavoro sono così oliate da poter ovviare con integrazioni operative tra servizi, in attesa dell’approvazione degli specifici decreti.

La gestione della continuità della presa in carico

Non è solo la relazione con il lavoro a mettere in difficoltà la continuità della presa in carico. C’è un altro aspetto che sta emergendo, ora che si avvia anche il lavoro delle anagrafi comunali per i controlli dei requisiti di soggiorno e residenza. Le verifiche anagrafiche e l’avvio del percorso per il Patto non sono stati resi consequenziali, per non rallentare le prese in carico visto che i nominativi sono arrivati ora, tutti insieme. Tuttavia i servizi sociali si stanno già interrogando sul fatto di avviare le prese in carico per poi scoprire, magari, che il nucleo non ha diritto al beneficio. Anche in questo caso, le funzionalità della piattaforma non sembrano ancora essere del tutto a regime, perché ad oggi non è automatico neanche ricevere l’esito dei controlli. I servizi possono venire a sapere della decadenza della misura solo dai beneficiari stessi.

 

Comunque un’importante opportunità, da non sprecare

Tante delle criticità nominate sin qui derivano da una certa fretta con cui l’Esecutivo nazionale ha voluto far partire la misura, avvenuta in concomitanza con l’approvazione della norma, ma prima di aver almeno disegnato chiaramente la sua impalcatura attuativa e senza aver chiarito come garantire la continuità tra REI e Reddito di cittadinanza. Inoltre, nel tentativo di rincorrere il tempo con l’emanazione dei vari decreti, spesso si sono invertiti i passaggi logici. E’ questo che sembra aver maggiormente spiazzato e complicato la vita ai territori, almeno sino a qui. Nonostante ciò non è da sottovalutare la portata, per certi versi epocale, che la misura assume per il welfare locale italiano, compreso quello lombardo. Il Reddito di Inclusione prima, l’RdC ora, hanno infatti portato all’introduzione di una misura strutturale contro la povertà, primo livello essenziale dei servizi, colmando il divario storico che ci separava dal resto dei paesi europei.

Pur con tutti i ritardi, di fatto è la prima volta che si introduce una misura connettendola ad una significativa informatizzazione dei processi. Sappiamo quanto distante sia il tema della digitalizzazione, dai servizi sociali ma anche dalla professione sociale stessa. Non sarà semplice, già solo la richiesta dello SPID per l’autenticazione digitale degli operatori lo sta dimostrando. Certamente si può immaginare ci sia anche una certa dose di resistenza da parte di alcuni operatori, tuttavia è proprio questo aspetto a rappresentare una delle principali occasioni di adeguamento alla contemporaneità, quanto mai necessaria. Senza contare quanto l’informatizzazione a regime potrà generare anche in termini di supporto alla programmazione e alla valutazione delle politiche locali.

Connesso al tema programmatorio, c’è certamente da considerare il significativo incremento delle risorse che l’introduzione di una politica nazionale di contrasto alla povertà ha generato. Dopo l’annualità 2018, sono in arrivo le risorse del 2019, che per la Lombardia dovrebbero arrivare a 37 milioni (siamo in attesa dell’approvazione del decreto di riparto) e per il 2020 si prevede un ulteriore significativo incremento arrivando a oltre 43 milioni (si veda un recente articolo di approfondimento sul tema). Si aggiunge poi la nuova triennalità delle risorse PON, conseguenti all’avviso 3, che cubano per la nostra regione quasi 6 milioni, anche se l’accesso dipenderà dalla capacità di spesa dei territori. Dunque dimensioni di finanziamento dal centro mai viste sin qui (soprattutto se si considerano anche gli altri fondi nazionali quali Politiche sociali, Non autosufficienza, Dopo di noi…), peraltro destinate al rafforzamento dei servizi e non solo all’erogazione di benefici economici, e che dunque richiedono un’attenzione particolare da parte dei territori, per essere adeguatamente programmate e ben spese.

Da ultimo non è da sottovalutare l’investimento per strutturare e rafforzare le metodologie di presa in carico, che sottolineano l’importanza di lavorare sull’attivazione per superare l’approccio assistenzialistico, che tanto permea il welfare locale, soprattutto nell’area del contrasto alla povertà.

Insomma, pur nel riconoscimento delle fatiche di questi mesi, e di quelle che ancora certamente verranno, è necessario considerare che quelle appena elencate, rappresentano ragioni sufficienti per cui possa ancora dirsi “ne vale la pena.

 

 


[1] Dati INPS al 5 novembre 2019
[2] Pensionato o sopra i 65 anni, minorenne, lavoratore con reddito superiore ai € 8.145 se lavoro dipendente e €4.800 lavoro autonomo; frequentante regolari studi o componente con disabilità (salvo richiesta volontaria adesione a percorso).
[3] Decreto “Sistema informativo del Reddito di Cittadinanza” del 2 settembre 2019
[4] O averne terminato la fruizione da non più di un anno