Le attese per la nuova fase in arrivo

Lo stanziamento della terza annualità dei finanziamenti della Legge Dopo di Noi, atteso dagli enti locali entro le prime settimane del 2020, costituisce un banco di prova importante e forse decisivo per le istituzioni, per orientare il futuro della Legge 112/2016.

Perché il primo triennio applicativo della Legge 2016-2019 è stato caratterizzato da almeno due tensioni, “due movimenti”, non sempre convergenti.

La tensione delle famiglie a realizzare nuovi progetti di vita e di co-abitazione a casa propria sostenute da  molte realtà di terzo settore perlopiù di piccole dimensioni ed a forte trazione familiare e la tensione del sistema istituzionale a costruire procedure appropriate per la realizzazione dei progetti e l’erogazione dei finanziamenti.

Ora il futuro della Legge dipenderà dalla capacità di far convergere ed in un certo senso armonizzare queste due tensioni secondo il principio guida dell’innovazione sociale: e cioè che siano i risultati delle buone prassi ad indirizzare le procedure e non viceversa. E questo deve avvenire sia per coerenza rispetto alla genesi della Legge ed ai suoi contenuti normativi (largamente ispirati ed orientati da esperienze concrete realizzate già prima dell’approvazione della norma) ma anche e soprattutto perché la Legge ha prodotto e generato nuovi progetti di vita. Di vita vera. Progetti concreti di persone che co-abitano, di famiglie che mettono a disposizione la loro casa anche per altre famiglie e co-progettano con gli enti locali e del terzo settore.

Co-progettazioni quindi, che possono essere prese a modello sia per sostenere i territori dove l’applicazione della norma è risultata più difficile ed ha prodotto meno percorsi innovativi sia per quei territori dove l’applicazione della norma più che progetti di co-abitazione a casa propria ha prodotto e sta producendo fino ad oggi delle micro-comunità. Che è cosa un po’ diversa dalla vita a casa propria.

 

Aspetti da non perdere di vista

L’allocazione della terza tranche di finanziamenti della prima triennalità costituisce pertanto un banco di prova per dare futuro alla norma e soprattutto ai progetti che ha generato. Un banco di prova che chiede di fare poche cose non troppo difficili e di immediata comprensione:

  1. Investire bene le risorse non spese: in alcuni territori le risorse pubbliche messe a disposizione dalla Legge non sono state ancora investite ne spese, oppure sono state spese ma senza promuovere il risultato concreto, tangibile ed apprezzabile di favorire l’emancipazione ed il distacco dei figli dai genitori. Al contrario in altri territori tali risorse sono state investite tutte e spese tutte ed hanno prodotto progetti di co-abitazione di persone con disabilità che sono riuscite, con l’aiuto dei familiari, degli operatori e degli enti locali, ad emanciparsi dai loro genitori, a staccarsi dalla famiglia di origine ed in molti casi ad emanciparsi dalla comunità alloggio o dalla struttura residenziale realizzando percorsi concreti di de-istituzionalizzazione. Occorre che già a partire dalla prossima assegnazione di risorse ai territori, la priorità istituzionale sia quella di mettere in sicurezza i progetti di vita delle persone, dei genitori e degli enti locali che ce l’anno fatta. Consolidando attraverso le risorse non spese quei progetti e quei contesti territoriali dove già oggi, dopo due anni di applicazione della Legge, le persone e le famiglie stanno investendo maggiori risorse private in un ottica di mutualità e di solidarietà familiare. Dove la 112 è attecchita cresce la domanda di opportunità di co-abitazione e crescono gli investimenti dei genitori, delle famiglie e degli enti locali a realizzare e co-progettare nuovi progetti di vita. Quindi con le risorse ad oggi non spese si rafforzino questi progetti che sono tutt’ora progetti sperimentali.  Ma non basta.
  2. Studiare e rendere replicabili le migliori esperienze di co-abitazione. Occorre che le migliori esperienze di co-abitazione di ciascun territorio vengano messe a confronto, studiate ed analizzate. E che da questo studio emergano poi le indicazioni operative, organizzative e procedurali per promuovere e per avviare i percorsi di vita in appartamento. Ogni Regione individui uno o più progetti pilota per ambito territoriale e proceda a “vivisezionarlo” e “radiografarlo” in ogni aspetto e da lì far emergere: quali siano gli elementi contingenti, favorenti, gli strumenti e le prassi che ne hanno reso possibile la realizzazione; quali siano gli esiti in termini di benessere delle persone coinvolte e quali gli impatti in termini di sostenibilità che i progetti di vita stanno determinando. E poi queste valutazioni siano portate al Ministero dalle Regioni e il Ministero insieme alle Regioni ascoltino direttamente il punto di vista degli attori territoriali, cioè delle famiglie che concretamente hanno attivato questi percorsi di innovazione insieme ai loro operatori di riferimento ed insieme a quei Comuni davvero virtuosi che stanno sostenendo questi progetti di vita con le stesse risorse con cui sostengono i servizi istituzionali.
  3. Imparare dagli enti pubblici virtuosi “come si fa”. La stessa operazione di analisi e di studio deve poi essere estesa al lavoro istituzionale di infrastrutturazione delle procedure applicative della norma. Alcuni territori sono stati capaci di realizzare interessanti sinergie interistituzionali tra Piani di Zona Comunali e Distrettuali, Aziende Sanitarie Locali ed Aziende Ospedaliere ed attori del terzo settore per disegnare insieme il piano procedurale per applicare la norma ma anche per analizzare i bisogni presenti sul territorio ed i risultati ottenuti. Ebbene anche questi processi di integrazione istituzionale costituiscono innovazione ed anch’essi possono essere proposti come modelli.

 

Le esperienze sul campo: buone prassi da valorizzare

In questo modo, già con la terza tranche di finanziamento della prima triennalità, soprattutto attraverso l’allocazione appropriata delle risorse attualmente non investite e non spese, possiamo dare segnali importanti di continuità e di futuro sia ai territori dove la legge ha prodotto risultati concreti, sia di informazione e di indirizzamento ulteriore a quei territori ancora un po’ in difficoltà. Ma anche al Ministero ed alle Regioni. A cui non dobbiamo chiedere dei semplici report sulle risorse spese. Ad essi dobbiamo offrire la possibilità di costruire un processo di co-valutazione dei risultati e degli impatti di qui progetti che sono riusciti a cambiare la vita delle persone e delle famiglie.

Per una valutazione appropriata di quanto fino ad ora realizzato concretamente occorre insomma accorciare le distanze tra il Ministero, le Regioni e gli attori del territorio, dando voce ai protagonisti di queste sfide che stanno producendo innovazione sociale e che in molti casi si stanno relazionando produttivamente tra loro mettendo insieme dal basso delle reti progettuali. Come i genitori di Pavia dell’associazione “Un Nuovo Dono” che hanno incontrato i genitori di Mantova e poi quelli di Imperia. Oppure come l’incontro tra gli operatori della Cooperativa Sociale “Come Noi” di Mortara e quelli dell’Anffas di Catania da cui è nato a Catania il progetto “Un Amore di Casa”.

Il nuovo welfare si genera creando connessioni dal basso tra diversi territori ed anche all’interno degli stessi territori dove spesso, paradossalmente, è più difficile creare sinergie. Ma la Legge 112  ha prodotto innovazione anche in questo senso.  In provincia di Pavia, ad esempio, esisteva già prima della Legge un progetto pilota di co-abitazione realizzato a Parona Lomellina (PV) valorizzando un appartamento messo a disposizione da una famiglia e, in un ottica di solidarietà familiare, condiviso con altre famiglie: il progetto “A Casa Mia” realizzato dalla cooperativa sociale “Come Noi” di Mortara. Oggi i gruppi appartamento attivi in provincia di Pavia sono tre ma ne stanno nascendo almeno altri cinque di cui tre a Mortara, due a Sant’Alessio con Vialone uno a San Martino Siccomario. Questo processo di innovazione territoriale è stato favorito da un lavoro sinergico tra cooperative e associazioni locali ma anche da un supporto istituzionale davvero prezioso svolto dall’azienda sanitaria locale ATS Pavia e dall’ex azienda ospedaliera ASST Pavia insieme ai Piani di Zona Comunali che hanno saputo valorizzare e accompagnare queste esperienze attraverso un percorso di integrazione e di sinergia; lavorando insieme, accompagnando le famiglie, valutando il lavoro svolto dal terzo settore ma anche in un certo senso cogliendo da questa tensione progettuale nata dal basso i riferimenti necessari per costruire l’infrastruttura procedurale per l’applicazione della legge e l’allocazione delle risorse.

 

Per una legge più vicina ai bisogni delle persone e delle famiglie

Ora il 2020 potrà essere l’anno della svolta se le istituzioni sapranno valorizzare i primi segnali positivi che emergono dai territori e poi portare in dote al Ministero i dati necessari per progettare la messa a sistema delle misure della legge, oggi ancora in buona parte applicata dalle regioni in via sperimentale ma soprattutto per adattare la legge alle necessità ed ai bisogni delle persone e delle famiglie che si sono messe in cammino ed hanno compiuto un percorso di cambiamento anche radicale del loro percorso di vita.
Tra le modifiche più urgenti ad esempio:

  • la necessità di togliere il vincolo tassativo che consente a cinque persone di co-abitare ma se sono sei non si può più e occorre che si dividano in due appartamenti (cosa che francamente non succede in nessuna delle nostre case e delle nostre famiglie o coabitazioni già esistenti e non si capisce perché debba succedere per le persone con disabilità che accedono ai benefici della Legge 112);
  • oppure, superato il periodo triennale di sperimentazione, eliminare il vincolo di dover ogni anno ripresentare la domanda e presentare un’istruttoria ex novo per accedere ai benefici della legge. Se il progetto di vita funziona e la co-abitazione promuove benessere, non devo ogni anno essere sottoposto ad un esame dei requisiti; gli enti locali valutino periodicamente i risultati dei percorsi di vita ma non possiamo ogni anno a scadenze prefissate riformulare la domanda per avere i benefici della Legge per poter coabitare; come se ogni anno iniziasse tutto ex novo. Nella vita di ognuno di noi non funziona così a casa nostra.
  • Oppure ancora prevedere un sistema di finanziamento non tariffato ma agganciato effettivamente alla costruzione del budget di salute concepito in funzione non solo dei bisogni di sostegno personali ma anche e soprattutto dei bisogni di sostegno dei contesti di vita che si realizzano.

Viceversa, il 2020 rischia di essere un anno difficile per i progetti di vita realizzati se non si avvierà un percorso concreto e condiviso dal basso verso l’alto di valutazione dei risultati e dei cambiamenti di vita concreti prodotti dalla Legge fino ad ora.

Considerata la complessità del problema del Dopo di Noi, l’instabilità politica che sta accompagnando il primo triennio applicativo della norma e la frammentazione cronica delle organizzazioni di terzo settore che spesso faticano a condividere buone prassi territoriali e ad attivare dal basso percorsi di innovazione, sarebbe davvero un peccato se non riuscissimo a valorizzare i segnali di segno opposto che da molti territori stanno emergendo.

Auguriamoci quindi per il 2020 un buon anno di cambiamenti proficui per dare gambe e futuro alle prospettive di cambiamento di vita che la Legge 112 è riuscita a promuovere e generare.