Nel mese di novembre avete realizzato un grande convegno in Valtellina, che avete intitolato “I bambini al centro” e che è stato dedicato ad approfondire il tema degli interventi rivolti ai bambini e alle loro famiglie. Che cosa vi ha dato la spinta? Quali questioni vi premeva trattare e perché?

L’idea del convegno è nata dall’esperienza che l’Ufficio di Piano di Sondrio ha maturato nell’attuazione   del Programma PIPPI, a cui aderisce dal 2013, e dalla nuova adesione allo stesso programma da parte dell’Ambito di Bormio.
A partire dalle premesse teoriche e dai contenuti del Programma PIPPI confluiti nelle Linee di indirizzo nazionali a favore della genitorialità vulnerabile pubblicate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel 2017, attraverso il convegno volevamo offrire al territorio un momento formativo, informativo e di riflessione rispetto agli interventi e alle politiche che mettiamo in campo per sostenere  e accompagnare le famiglie vulnerabili.
L’idea di realizzare il convegno in provincia di Sondrio ha trovato da subito sostegno da parte della Prof.ssa Paola Milani, responsabile del LabRIEF dell’Università di Padova, madrina e responsabile del Programma PIPPI, sia dal punto di vista dei contenuti che dei riferimenti scientifici.

Il convegno intendeva anche presentare le buone prassi che negli anni sono scaturite dal modello di integrazione tra gli Uffici di Piano della provincia di Sondrio e l’ASST nell’ambito della tutela dei minori. La Provincia di Sondrio è infatti l’unica provincia in tutta la Lombardia in cui all’interno dei servizi tutela degli Uffici di Piano gli psicologi garantiscono prestazioni socio sanitarie e sanitarie, per le quali l’ASST provvede al rimborso dei costi, anziché erogarle direttamente attraverso i consultori familiari.
Si tratta di un’esperienza virtuosa perché consente la ricomposizione e l’integrazione delle prestazioni degli assistenti sociali con quelle sociosanitarie e sanitarie in modo strutturale e dentro una visione condivisa dell’intervento, a favore dell’utenza, che riconosce con chiarezza nel servizio tutela il servizio di riferimento per la presa in carico. A questo si aggiungono indubbi vantaggi connessi all’ottimizzazione dei tempi per la connessione degli interventi con e a favore delle famiglie.
Le équipe integrate risalgono al 2007; considerata la particolarità di questo territorio di montagna, per consentire l’integrazione tra prestazioni socio-sanitarie e sanitarie, già allora la ASL si era impegnata a garantire ai Comuni il rimborso dei costi degli interventi offerti dagli psicologi che lavoravano nelle équipe dei servizi tutela degli Uffici di Piano. Tale prassi è fin qui garantita anche con l’istituzione dell’ASST.
Questa consolidata sperimentazione è stata riconosciuta come elemento di qualità anche dalla Presidente del Tribunale dei Minori di Milano, Dott.ssa Gatto che, intervenuta al Convegno, ha chiesto la collaborazione di tutti per promuoverne la diffusione e il riconoscimento di questo modello, anche in considerazione della fatica che viene riscontrata negli altri territori nel portare avanti modalità innovative di collaborazione tra sociale e socio-sanitario.

Altro tema di interesse proposto dal convegno attiene il senso di corresponsabilità che deve accomunare i soggetti che incontrano e si interfacciano con le famiglie, in particolare quelle vulnerabili.  Volevamo promuovere e sollecitare il confronto rispetto a un nodo cruciale che in parte è già portato avanti tramite alcune sperimentazioni e che nelle Linee di Indirizzo Nazionali viene sottolineato come l’obiettivo più importante rispetto all’accompagnamento delle famiglie. Creare, cioè, dei percorsi nei quali le famiglie non vengano per così dire “frammentate” tra i vari servizi, ma accompagnate in modo il più possibile integrato da tutti gli attori del territorio che hanno una responsabilità rispetto al loro sostegno. Il nostro intento è stato quello di rendere visibile il fatto che i minori, la tutela dei minori, gli interventi di prevenzione e di sostegno alle famiglie sono interventi che devono essere presi a cuore da tutti, non solo dalle istituzioni e dai servizi.  Sicuramente c’è una responsabilità delle istituzioni, del sistema sanitario e di quello sociale, della scuola, ma c’è anche l’auspicio del coinvolgimento del territorio e della comunità nella sua interezza, con una serie di azioni mirate, che il Programma PIPPI ha ben strutturate, ma che sono rese possibili dal coinvolgimento di tutti.

 

Quali sono i principali messaggi che sono stati lanciati con il convegno?

Crediamo che i messaggi e le sollecitazioni che il convegno ha lanciato al territorio siano tanti, alcuni sono stati chiaramente richiamati più volte dai diversi relatori e sono riconducibili ad alcune parole chiave.

Metodo
Il contributo della Dott.ssa Milani è stato significativo per chiarire i fondamenti teorici, supportati dai dati relativi ai pregressi Programmi PIPPI, che ispirano le Linee di Indirizzo Nazionali e il lavoro con i minori. È risultato evidente quanto per gli operatori sia fondamentale avere riferimenti teorici e metodologici in questo momento storico in cui i servizi sono nell’occhio del ciclone rispetto ai propri interventi.
Avere orientamenti, metodo e sguardo di insieme, così come chiarito dalle Linee di indirizzo e dai dati offerti dall’Università di Padova, qualifica il lavoro degli operatori.

Integrazione
Sono stati riconosciuti la pregnanza e il valore dell’integrazione degli attori che operano con le famiglie. In particolare, le Linee di Indirizzo insistono sulla necessità di ridurre la frammentazione e di sviluppare processi di collaborazione e scambio tra i diversi sistemi (sociale, sociosanitario, scolastico, giudiziario, informale…).
Le esperienze riportate nel corso del Convegno dimostrano che i risultati sono apprezzabili quando l’integrazione è il frutto di una scelta operata con convinzione e determinazione da tutti gli attori, una scelta “etica”.

Prevenzione
Agire secondo la logica preventiva significa avere un modello di riferimento e perseguire l’integrazione sempre più ampia tra tutti i soggetti che collaborano a progetti per la famiglia fin dalla prima infanzia. È stata evidenziata l’importanza di adottare tale prospettiva per mettere in campo interventi di accompagnamento della famiglia già nei primi anni di vita dei bambini. Questa sollecitazione è stata colta con molto interesse sia dagli amministratori che dagli insegnanti e dagli educatori degli asili nido.

Protagonismo diretto della famiglia
La famiglia deve essere un attore fondamentale e dunque, proprio come protagonista degli interventi, deve essere direttamente coinvolta, sia per portare i propri bisogni, che riconosce, sia per avere un confronto continuo con gli operatori, per costruire relazioni funzionali al progetto da realizzare.

Guardare le risorse della famiglia
Una cosa che ci portiamo a casa da tutto questo lavoro è la sollecitazione a non guardare i genitori dalla prospettiva delle loro mancanze, quindi che cosa i genitori sanno o non sanno fare per il loro bambino, ma delle risorse che hanno per il soddisfacimento dei bisogni del bambino; da questo scaturiscono le aree in cui risulta necessaria l’attivazione delle risorse che l’intera comunità dovrebbe essere in grado di offrire alla famiglia parzialmente capace di far fronte alle esigenze dei propri figli. Per cui ritorna il tema della corresponsabilità. Dove ci sono le risorse dei genitori su determinate aree ma delle mancanze su altre aree, il passaggio fondamentale diventa guardare come il territorio, la comunità, i servizi, la scuola, possono mettere a disposizione risorse che vi possano sopperire. L’idea quindi di uno sguardo circolare rispetto al mondo del bambino, che nel programma PIPPI è utilizzato come modello teorico e come strumento operativo per il lavoro concreto con le famiglie.

Frammentazione, creatività, documentazione, partecipazione, scommessa
Sono le parole che sintetizzano il confronto avvenuto negli workshop del pomeriggio in cui l’attenzione è stata rivolta ai possibili dispositivi di intervento che aiutano ad accompagnare le famiglie in modo concreto: l’educativa domiciliare, il partenariato scuola-famiglia-servizi, la vicinanza solidale e i gruppi di sostegno alla genitorialità. Il momento operativo è stato molto interessante, perché al di là dei contributi istituzionali, è servito a far avvicinare più concretamente le persone presenti all’utilizzo di strumenti e percorsi reali che si possono mettere in campo, anche valorizzando quello che stiamo già facendo. L’educativa domiciliare, per esempio, è un intervento che si sta realizzando su tutti i territori della provincia: l’idea che si possa mettere in connessione con altri interventi ed essere valorizzata in forma integrata è quello che ci stiamo sforzando di portare avanti come messaggio, sempre nella logica dell’integrazione e della corresponsabilità.

 

Che tipo di partecipazione c’è stata al convegno da parte del territorio?

Sono arrivate a Bormio oltre 200 persone, metà delle quali erano insegnanti; l’Ufficio scolastico territoriale ha sostenuto l’iniziativa e, d’intesa con i dirigenti scolastici, ha promosso la partecipazione dei docenti, la cui partecipazione ha confermato un interesse molto ampio e diffuso su questo tema. Molti sono stati gli operatori dei servizi socio sanitari pubblici e dei servizi gestiti dal Terzo Settore, soprattutto di quelli impegnati nell’area della tutela.
Inoltre, poiché il convegno si è realizzato nell’auditorium dell’Istituto d’Istruzione Superiore Alberti, gli insegnanti hanno promosso anche la partecipazione degli studenti del liceo di scienze umane, ai quali il convegno ha consentito di avere uno spaccato sulla realtà del territorio e dei servizi. Anche i ragazzi dell’istituto alberghiero, che hanno realizzato il catering, sono stati colpiti e interessati da questa tematica.
Hanno partecipato anche alcuni amministratori locali, che hanno dato evidenza della effettiva disponibilità ad assumersi oneri per qualificare e potenziare gli interventi nell’area minori. Questo è stato rappresentato all’Assessore Regionale alle Politiche per la famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità, dott.ssa Silvia Piani, al Presidente del Tribunale e ai funzionari dei servizi socio sanitari, ma è stata anche una dichiarazione di interesse al mondo dei bambini che riteniamo un elemento importante.

 

Come si procede dopo un momento di riflessione così esteso e partecipato? Quali strade e quali sfide si aprono?

Sul territorio di Bormio, neofita rispetto al programma PIPPI, l’effetto del convegno è stato quello di “scaldare i motori” soprattutto riguardo al coinvolgimento della scuola. Il convegno fatto a Bormio ha permesso ampia partecipazione e quindi nel momento in cui i colleghi sono andati a realizzare i passi che sono previsti dal programma PIPPI hanno trovato aperte le porte e anzi le scuole hanno già chiesto come proseguire la collaborazione col programma. Crediamo che questo sia l’effetto che poi si sia riversato non solo sul territorio di Bormio, ma sul tutto il mondo della scuola. Come pure si sta parlando molto di come si può attivare la comunità. È un tema che ha cominciato ad avere riscontro e interesse.

Per Sondrio invece si è trattato di un punto di arrivo e di chiusura del percorso formativo con tutti gli Istituti Comprensivi del territorio, con i quali è stata realizzata una formazione a tappeto sia sul programma sia sulle linee di indirizzo che permettono la collaborazione concreta sulle situazioni di famiglie di bambini, quale campo di interesse comune.

Lo stesso rispetto al tema del lavoro di territorio e di comunità: a Sondrio si sta portando avanti un progetto di innovazione che prevede proprio l’attivazione delle associazioni del territorio rispetto al tema della vicinanza solidale, che è uno dei dispositivi del programma PIPPI e con il quale si cerca di attivare tutte le risorse informali vicine alle famiglie e che possono dare un supporto rispetto ai bisogni concreti legati alla quotidianità. Questa esperienza è collegata anche al lavoro di territorio che è stato realizzato dal progetto “Più segni positivi”, la cui esperienza è stata portata al convegno soprattutto in merito all’importanza di lavorare sinergicamente tra ente pubblico e terzo settore, dove non c’è chi è più protagonista dell’altro, ma dove gli interventi si costruiscono insieme. Sicuramente il terzo settore è più vicino al territorio rispetto all’ente pubblico e può più facilmente muovere tutta una serie di attori. Stiamo costruendo un laboratorio territoriale nel quale abbiamo coinvolto le associazioni, un comitato di genitori, oratori, per avere un po’ più di polso e raccogliere dal territorio i bisogni delle famiglie. Quindi c’è stato un forte collegamento tra il progetto Più segni positivi e il programma PIPPI per mettere insieme le forze rispetto al tema della povertà relazionale delle famiglie e al dispositivo della vicinanza solidale, che lavora proprio su questo.