Il progetto L-inc di fronte alla crisi

La memoria torna ai terribili primi giorni di marzo: in quei momenti così difficili per tutti,  è stato evidente che le relazioni che si sono costruite, grazie allo stimolo e al supporto del progetto L-inc, erano forti e sincere, capaci di attraversare il silenzio che in quei giorni caratterizzava le nostre città.

Tutti abbiamo vissuto – e per certi versi stiamo ancora vivendo – l’esperienza del confinamento a casa, di una brusca riduzione delle relazioni sociali.
Alcune persone con disabilità, in particolare quelle che richiedono maggior sostegno hanno visto aggravarsi la loro condizione di discriminazione e emarginazione, anche in relazione al venir meno o alla forte contrazione dei sostegni prima offerti dal sistema di welfare sociale. La chiusura dei Centri diurni ne è l’esempio più forte.

Come è noto non per tutti è andata così: chiusi i servizi, alcune associazioni, cooperative sociali e altri enti di terzo settore hanno saputo avviare forme diverse di relazione e di sostegno, alcune delle quali con un forte carattere innovativo.
In generale, la percezione è che chi ha investito in precedenza su una forte personalizzazione degli interventi e al coinvolgimento nella comunità abbia trovato con maggiore facilità tempo e modo di reagire all’isolamento causato dalla pandemia.

È quanto avvenuto all’interno del progetto L-inc ovvero alla sperimentazione dell’applicazione del Budget di salute in atto nei Comuni del Nord Milano. Una modalità di intervento che non si fonda su standard e prestazioni ma all’orientamento di tutte le risorse disponibili, dentro e fuori servizi, nella persona e nel suo contesto, alla realizzazione delle mete e delle preferenze della persona con disabilità.  Un progetto che, a distanza di un paio d’anni dalla sua attivazione ha dimostrato di essere in grado si sviluppare in modo inaspettato la rete relazionale delle persone coinvolte.

 

Cosa continua e per chi

Il “lockdown” ha paralizzato per diverse settimane le attività formali del progetto che si basano in gran parte sul lavoro di operatori, i cui enti gestori sono stati costretti a ricorrere alla cassa integrazione per evitare il tracollo. Il rischio e la paura erano – tra altre ben più stringenti – di vedere andare in fumo, nel giro di poche settimane, il lavoro di emancipazione realizzato con e dalle persone con disabilità nei mesi e negli anni precedenti.
È facile comprendere come molti dei percorsi in essere e in procinto di essere attivati con il progetto L-inc si siano interrotti: quello che era difficile prevedere è che non solo la rete di relazioni ha tenuto anche in mancanza di attività da condividere, ma che le stesse persone con disabilità sono divenute, in alcuni casi, attivatori e costruttori di relazioni.

Per alcuni gli incontri non si sono mai interrotti: hanno solo cambiato modo di svolgersi, grazie alle possibilità di connessione e alla versatilità di molti strumenti.
Molto è dipeso dal lavoro svolto prima dell’emergenza: l’isolamento si è dimostrato una lente per osservare più da vicino situazioni conosciute o appena intraviste, un pericoloso alleato delle fatiche delle realtà più fragili, ma anche un interessante acceleratore di processi di coesione e di partecipazione.
Com’è facile immaginare le persone che hanno aderito da più tempo, ormai da quasi tre anni, al progetto sono state quelle meno svantaggiate nel fronteggiare la situazione di emergenza: molte delle relazioni costruite in questi anni avevano già visto una parziale o totale “eclissi” dell’educatore, che aveva mantenuto un ruolo di monitoraggio, facilitazione e semplificazione, ma un discorso analogo può essere fatto per alcune delle persone della seconda  annualità.

 

Fatiche, apprendimenti, scoperte

L’emergenza ha fatto luce su alcuni aspetti fondamentali:

  • i percorsi di avvicinamento alla residenzialità rimangono per molti un nodo centrale del percorso di crescita personale e di costruzione del progetto di vita. Per alcune famiglie l’assenza di questo sostegno ha comportato un aggravio di impegno con il rischio del riacutizzarsi di situazioni di conflitto. Nessuna delle persone che al momento del lockdown stava portando avanti un percorso di vita autonoma ha chiesto di poterlo interrompere o ha manifestato il desiderio di modificarlo. Qualcuno che già aveva iniziato a sperimentare forme di vita autonoma ha manifestato il desiderio di riprendere quanto prima il percorso e raggiungere gli obiettivi prefissati. Chi è riuscito a portare avanti il percorso ha avuto la possibilità di consolidare le proprie scelte e valutare con più attenzione i propri bisogni.
  • L’utilizzo degli strumenti tecnologici a distanza ha facilitato la partecipazione e la comunicazione di molte delle persone che avevano difficoltà nella relazione. La funzione dell’educatore è stata quella di costruire contenitori formali e informali capaci di accogliere le necessità di ascolto e di espressione della persona, contenitori ritagliati maggiormente sul bisogno e al bisogno; in un tempo liquido, definito, ma gestito dall’educatore in modo personale è stato più semplice rispondere in modo personalizzato alle esigenze individuate.
  • Le relazioni instaurate con persone che non si interessano o lavorano direttamente con la disabilità sono state tutte mantenute, anche senza il coinvolgimento o con il coinvolgimento successivo dell’educatore. Questo ha prodotto grande soddisfazione in tutti gli interlocutori; la relazione tra il lavoro educativo, il lavoro degli attivatori di comunità, la condivisione dei contatti, l’apertura e la disponibilità personali restano il background dal quale non si può prescindere per la costruzione di percorsi di inclusione, nei quali è fondamentale la partecipazione attiva della persona.
  • Le relazioni tra operatori le famiglie si sono intensificate, trovando altri modi e tempi per esprimersi. Il tempo del colloquio è diventato più ravvicinato, più semplice e significativo e la possibilità di partecipazione, in tutto o in parte, agli incontri e alle attività dei figli, ha avvicinato le famiglie e gli educatori. Alcune porte sono rimaste socchiuse, alcune relazioni sono rimaste difficili: in questi casi si è riproposta la richiesta di una relazione unidirezionale tra chi deve dare e chi deve prendere, tra chi cerca aiuto e chi lo fornisce. Un sistema di relazione che bisognerebbe riuscire a scardinare nell’interesse delle persone con disabilità.
  • Il desiderio di partecipazione è aumentato; si è compreso come poter stare insieme a distanza, ma in modo significativo. Abbiamo raggiunto e coinvolto persone lontane da noi nel tentativo di capire cosa stesse succedendo: curiosi di sapere come stavano facendo gli altri e se, anche loro come noi, si stavano incontrando. Abbiamo giocato, ci siamo allenati, abbiamo cantato e dipinto insieme a persone che abitavano a chilometri di distanza. Abbiamo rinnovato il nostro desiderio di portare avanti i percorsi iniziati: il Baskin (basket inclusivo, che vede giocare nella stessa squadra persone con diverse abilità, di età e sesso differenti),  le attività di autorappresentanza per il riconoscimento e la difesa dei diritti delle persone con disabilità, l’attività teatrale, i percorsi di progettazione sul territorio come  le collaborazioni per la valorizzazione e la costruzione di percorsi culturali accessibili in Villa Casati e in Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo. Abbiamo visto questi gruppi non rimanere fermi a quanto fatto prima dell’emergenza, ma avere il desiderio di costruire qualcosa di diverso e di nuovo, anche per un tempo futuro.
  • Sono state acquisite nuove competenze; chi era pronto ha avuto la possibilità di assumere ruoli diversi, di maggiore responsabilità. Nel gruppo di autorappresentanza i leader hanno gestito gli incontri e redatto i verbali, cosa mai successa prima del lockdown.
  • I lavori proposti sono stati svolti con maggiore libertà. Alcune persone sono riuscite a dire di no agli educatori che proponevano loro attività ritenute poco coinvolgenti o interessanti. Alcuni sono riusciti anche a dire di non voler sentire un educatore. Abbiamo dovuto, e non sempre vi siamo riusciti con successo, tenere a bada il bisogno di noi operatori di programmare, organizzare, proporre, stimolare e, soprattutto, il nostro bisogno di sentirci “significativi”. E’ stata un’occasione per capire se e come lasciare andare, allentare i nodi del servizio e spostarlo sul territorio, accompagnare un viaggio di sola andata di qualcuno che non viene indirizzato verso un altro servizio, ma si appoggia al nostro per trovare una strada diversa. Siamo di fronte ad una grande possibilità di inclusione, che anche se non sarà forse ancora per tutti, è nostro dovere cogliere.

 

Ciò che conta … si vede!

Per molte persone con disabilità i servizi, nella loro essenza di contenitori, di spazi di relazione, di luoghi di lavoro e di divertimento, offrivano attraverso le proposte creative degli educatori un’interruzione alla routine, una possibilità di fuga e di crescita.  Tutto questo è stato interrotto bruscamente dall’arrivo di qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere e che i servizi hanno faticato e faticano a metabolizzare, valutare e ricomprendere nella loro organizzazione.

Nel caso di L-inc, i servizi sono stati chiusi, ma non l’attività degli educatori ai quali è stato chiesto di mantenere a distanza quel supporto che erano soliti fornire alle persone in carico e alle loro famiglie. Educatori ai quali è stato subito chiaro quanto del loro lavoro avrebbe potuto andare perduto o dimenticato, quanto questo fermo forzato avrebbe potuto peggiorare relazioni familiari già complicate, o bloccare lo sviluppo di quell’inclusione di cui tanto parliamo nel nostro lavoro e che improvvisamente sembrava impossibile continuare a sostenere.

Ci siamo domandati in questi anni quanto i nostri servizi fossero importanti per le persone che li frequentavano, quanto fossero capaci di sostenere le famiglie, quanto fossero inclusivi, quanto ci permettessero di costruire percorsi personalizzati, quanto ci permettessero di uscire dagli schemi per rispondere ad esigenze differenti da quelle previste dal progetto e dalle opportunità definite dal servizio.
Che rapporto sussiste tra le richieste sempre più stringenti di misurazione degli interventi e lo spazio dell’imprevisto, quello spazio che ci offre la possibilità di incontrare l’altro, sebbene per istanti fugaci, libero dai condizionamenti del sistema nel quale è inserito?
Quale spazio lasciamo e quale valore diamo al rifiuto, all’autonomia del tempo di lavoro, alle richieste che non arrivano in orari canonici?
Quanto sono importanti le relazioni di vicinanza costruite con le famiglie e quali sono i crinali sul quali si giocano le relazioni tra educatori, persone seguite e i loro familiari?

Se il progetto L-inc non avesse incontrato questo periodo di difficoltà, molte di queste domande avrebbero ottenuto risposte differenti e meno precise di quelle che siamo in grado di dare dopo quasi tre mesi di lavoro a distanza.
Mancano pochi mesi alla fine del progetto L-inc così come, speriamo, a questa fase di chiusura e isolamento. Saranno i prossimi anni a dirci cosa l’uno e l’altra avrà lasciato sui nostri territori e nelle nostre vite.