La raccolta di esperienze a livello nazionale

L’emergenza Covid-19 oltre che da un punto di vista sanitario che economico, ha impattato notevolmente anche in ambito sociale con significative ricadute che hanno principalmente coinvolto le fasce di popolazione che già vivevano in condizioni di bisogno, di povertà, di isolamento o malattia. Ad essi si sono aggiunti molte persone che stanno affrontando all’improvviso incertezze e difficoltà gravi e inaspettate.

I servizi sociali sono stati chiamati non solo a recepire le disposizioni adottate a livello centrale (mondiale, nazionale e regionale), ma anche a ripensare e riorganizzare i propri servizi mettendo in campo anche inedite forme di vicinanza alle persone e alle famiglie, in alcuni casi coinvolgendo attivamente la comunità locale. I Comuni, anche a livello di Ambito territoriale, hanno avviato numerosi servizi e iniziative nei propri territori per rispondere alle necessità della popolazione, hanno innovato e rafforzato esperienze già presenti, modificando in maniera flessibile le loro modalità di intervento[1].

La Direzione Generale per la Lotta alla povertà e per la programmazione sociale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme al Dipartimento Welfare dell’ANCI, con il supporto della Banca Mondiale, lo scorso mese di aprile, ha deciso di avviare una raccolta aperta – tramite rilevazione online per autocandidatura – di esperienze e pratiche realizzate da Comuni e Ambiti territoriali, sistematizzata poi nella pubblicazione I Servizi sociali al tempo del Coronavirus, i cui esiti sono stati presentati durante il Forum PA del 7 luglio scorso.

Sono state raccolte 240 pratiche territoriali, suddivise in tre categorie:

  • servizio completamente nuovo
  • servizio esistente, rafforzato o rimodulato per rispondere in maniera flessibile all’emergenza;
  • servizio misto, un intervento composito che racchiude entrambe le precedenti categorie.

Le informazioni sono state riorganizzate attraverso schede che riportano, oltre ai dati sull’ente erogatore, indicazioni descrittive sul servizio attivato, le modalità di comunicazione e gli strumenti utilizzati, i riscontri ottenuti dagli operatori e dalla cittadinanza, nonché sulla volontà di proseguire il servizio anche oltre la fine del periodo emergenziale.

Pur non rivestendo un carattere statistico, la raccolta fotografa come sta cambiando il lavoro degli operatori dei servizi sociali territoriali per far fronte ai nuovi e molteplici bisogni delle persone, soprattutto quelle più fragili, a seguito dell’emergenza Covid-19, fornisce spunti utili per definire modalità di lavoro idonee a condizioni emergenziali e sollecita una riflessione pragmatica su nuove modalità di intervento che possano divenire parte integrante della programmazione sociale.

Regioni N. esperienze
raccolte
Lombardia 42
Sardegna 29
Emilia Romagna 28
Campania 20
Piemonte 15
Puglia 14
Veneto 12
Lazio 11
Friuli Venezia Giulia 9
Sicilia 9
Calabria 8
Marche 8
Liguria 7
Toscana 7
Basilicata 6
Abruzzo 2
Molise 2
Trentino Alto Adige 2
Valle d’Aosta 2
Umbria 1

 

I principali elementi emersi dall’analisi

L’analisi presenta una certa disomogeneità regionale, ma raccoglie prassi diffuse capillarmente su tutto il territorio nazionale, promosse da grandi e piccoli Comuni e dagli enti gestori degli Ambiti territoriali. Le iniziative sono generalmente attuate grazie a forme di partenariato e a un ramificato lavoro di rete sul territorio, talvolta con caratteristiche di governance multilivello, che ha saputo valorizzare relazioni informali e mettere a sistema le risorse dell’intera comunità.

La necessità di agire celermente risulta aver spinto ciascuno a fare al meglio quello che sapeva fare. Nei partenariati ricorre spesso il terzo settore (tra i soggetti più noti Protezione Civile, Caritas, Croce Rossa Italiana) e le reti informali di cittadini. Ma c’è anche il privato, i negozi di vicinato, i centri commerciali, gli studi professionali e le imprese for profit che nell’emergenza hanno collaborato con i servizi sociali.
Elevato è il numero di operatori coinvolti, circa 8 mila, la cui dedizione e creatività professionale si è rivelata fondamentale nella gestione della emergenza sociale e nella prevenzione e contenimento del contagio. Tra di essi c’è anche un numero considerevole di volontari; in alcuni Comuni sono stati attivati fino a 700 volontari.

Un ruolo fondamentale nel ripensamento e nella riorganizzazione dei servizi, nonché nel lavoro di rete che ha sotteso l’attività svolta in ambito sociale nel periodo emergenziale, è rappresentato dall’utilizzo della tecnologia e dalla modificazione dei flussi informativi che ne è seguita. Emerge forte la propensione all’uso diffuso di strumentazione digitale, della rete nel senso più esteso, fino all’utilizzo dei social media, sia per intercettare i beneficiari sia per l’erogazione dei servizi e la loro comunicazione. Certamente è uno degli elementi più innovativi che merita una riflessione ulteriore, anche nella prospettiva di definire agili Linee Guida in materia che diano indicazioni chiare alle amministrazioni per l’utilizzo di questi strumenti in ambito sociale.

L’emergenza è stata inoltre occasione per sperimentare servizi a distanza che potranno essere usati anche in futuro. Via telefono, video-chiamata e altre modalità, sono stati rivolti al supporto alle persone con disabilità e alle loro famiglie, all’accompagnamento di bambini e adolescenti nella didattica a distanza, alla gestione della solitudine dei più anziani o soli.

Le attività ripensate in tempo di pandemia hanno anche permesso ai servizi sociali dei Comuni di intercettare una nuova platea di soggetti bisognosi di protezione sociale sconosciuta ai Servizi, in parte generata dall’impatto della crisi economica che ha prodotto nuove povertà e in parte dall’emergere di nuovi bisogni legati all’emergenza sanitaria.

Tutte queste prassi sono state realizzate con una molteplicità di fonti di finanziamento, pubbliche e private, comunitarie, nazionali e locali, ma anche con il contributo della società civile.

Se molte delle prassi sono state attivate nella contingenza dell’emergenza e con essa probabilmente finiranno, per altre si auspica che le nuove modalità individuate possano risultare sostenibili nel tempo al fine di contribuire ad un ripensamento complessivo del sistema di welfare locale.

 

La Lombardia

Dalla nostra Regione sono state raccolte 42 esperienze, il numero più alto tra le Regioni.
La maggior parte delle esperienze riguardano singoli Comuni che per far fronte all’emergenza hanno creato nuovi servizi o rafforzato quelli esistenti.

L’attenzione è rivolta in generale a tutti i cittadini, con particolare riguardo alle fasce più deboli e fragili della popolazione (persone anziane, disabili, persone in quarantena o positive al Covid-19 o in condizioni di vulnerabilità economica), con la finalità di rispondere ai bisogni quotidiani, contrastare la solitudine e l’isolamento soprattutto nei mesi in cui gli spostamenti sul territorio erano fortemente limitati.
Molte esperienze consistono nell’attivazione di linee telefoniche dedicate per consegne pasti caldi, spesa e farmaci presso il domicilio, sostegno alimentare tramite erogazione dei “buoni spesa” e/o consegna pacchi alimentari, supporto psicologico, consegna/ritiro vestiario/affetti personali per persone ricoverate in ospedale,…

Per la realizzazione di tali attività, come è emerso anche nel resto d’Italia, fondamentale è stato l’apporto del terzo settore, del volontariato e della comunità in generale, secondo un approccio di coprogettazione con le istituzioni pubbliche.
Sovente viene indicato come termine la fine dell’emergenza, ma per un buon numero di esperienze invece, l’intenzione è quella di proseguire anche oltre, implementando e inserendo tali servizi nella programmazione di welfare locale, facendo leva in particolare proprio sullo sviluppo della collaborazione  e dell’apporto del terzo settore e della rete di volontariato creatasi.

I canali di finanziamento prevalentemente utilizzati afferiscono ai fondi derivanti dall’Ordinanza n. 658 della Protezione Civile (per quanto riguardo le attività realizzate sul sostegno alimentare) e a risorse proprie di Comuni/Ambiti territoriali. Per alcune esperienze viene segnalato anche l’utilizzo del Fondo Povertà e delle risorse del PON.
Riguardo l’indicazione dei finanziamenti, si rileva da parte dei territori poca precisione: spesso, pur trattandosi di interventi riguardo l’emergenza alimentare, si fa riferimento solo a risorse proprie, senza citare anche l’utilizzo delle risorse dell’ordinanza n. 658. Informazione, che può essere letta, come scarsa consapevolezza dei territori sulla provenienza dei finanziamenti; in questo caso incide anche il fatto che su tali risorse non è stato chiesto nessun rendiconto su come sono state spese.
Anche se ad oggi non si dispone ancora di nessun dato su come gli Ambiti intendano utilizzarle, si ricorda, infine, che per la copertura dei costi di tali servizi, potranno anche essere impiegate le risorse del FNPS. Regione Lombardia, infatti, nella DGR n. 3054 di riparto del Fondo ha deciso di vincolare esplicitamente il 32% delle risorse di FNPS stanziate per l’anno in corso all’attivazione di interventi e servizi sociali rivolti ad affrontare l’attuale condizione di emergenza, prospettiva assunta anche a livello nazionale con il DL Rilancio del 19 maggio 2020 (art.89 sull’utilizzo dei fondi sociali per l’emergenza), di cui si sta attendendo la conversione in legge in questi giorni.

 


[1] Si vedano ad esempio, i contributi di approfondimento pubblicati riguardo le esperienze lombarde di Bergamo, Gorgonzola, San Donato Milanese.