Come Irs da oltre 40 anni ci occupiamo di politiche di welfare e del loro sviluppo e, con queste competenze e sensibilità da oltre 40 anni abbiamo occasione di lavorare con il terzo settore e in particolare di agire una funzione di raccordo fra sistema pubblico e terzo settore.
In questo quadro, e in tempi così difficili come quelli che stiamo vivendo, non possiamo che salutare con favore il fatto che il Governo si sia posto nell’ottica di riformare il terzo settore o meglio, dopo una attenta lettura del documento, potremmo dire di “riformare la relazione fra terzo settore e sistema pubblico di governo del welfare”

[1].
Le proposte di riforma e cambiamento del welfare che da anni, con costanza stiamo portando avanti ovviamente ci vedono in accordo con la finalità di “elevare i livelli di protezione sociale, combattere le vecchie e nuove forme di esclusione e consentire a tutti i cittadini di sviluppare le proprie potenzialità” che è proposta nel documento del governo (Documento governativo pag.1). Siamo inoltre d’accordo e apprezziamo che, come secondo obiettivo, si intenda considerare il “potenziale di crescita e occupazione insito nell’economia sociale”, convinti che questo potrebbe rappresentare un impulso allo sviluppo di un  mercato del lavoro, per lo più femminile e giovanile, di cui nel nostro paese c’è molto bisogno.

Per raggiungere tali obiettivi l’idea perseguita dal documento del governo è di “costruire un nuovo welfare partecipativo, fondato su una governance sociale allargata alla partecipazione dei singoli, dei corpi intermedi e del terzo settore al processo decisionale e attuativo delle politiche sociali, al fine di ammodernare le modalità di organizzazione ed erogazione dei servizi del welfare, rimuovere le sperequazioni e ricomporre il rapporto fra Stato cittadini, tra pubblico e privato, secondo principi di equità, efficienza e di solidarietà sociale”  e anche su questa enunciazione ci troviamo del tutto in accordo.

In un passaggio successivo, il documento governativo precisa che una linea guida essenziale per il perseguimento di tale idea è il “valorizzare il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale”, in particolare si precisa che  “in un quadro di vincoli di bilancio, dinanzi alle crescenti domande di protezione sociale, abbiamo bisogno di adottare nuovi modelli di assistenza in cui l’azione pubblica possa essere affiancata in modo più incisivo, dai soggetti operanti nel privato solidale. Pubblica amministrazione  e Terzo settore devono essere le due gambe su cui fondare una nuova welfare society.”
Ci sembra questo un passaggio particolarmente delicato e meritevole di approfondimento.

Alcune riflessioni intorno alla coprogettazione tra Pubblica amministrazione e Terzo settore

Definire pubblica amministrazione e terzo settore con la metafora delle “due gambe su cui fondare la welfare society” rischia infatti, a nostro avviso, di negare la complessità delle relazioni in atto che, recentemente abbiamo definito come caratterizzate da “coprogettazione asimmetrica”.
Per coprogettazione tra enti pubblici e soggetti privati si intende  una “modalità di  affidamento e gestione della realizzazione di iniziative e interventi sociali attraverso la costituzione di una partnership tra Pubblica Amministrazione e soggetti del privato sociale”.  La co-progettazione costituisce infatti un modello di relazione tra soggetti pubblici e soggetti privati in ambito sociale ed è trattata e regolata da normative nazionali (l.328 /2000, DPCM 30.3.2001) e regionali.
La coprogettazione va pertanto iscritta fra le modalità opportune ed efficaci per promuovere, in particolare a livello locale,  quel “welfare partecipativo comunitario” auspicato dal documento del governo.
In questo contesto, in relazione alle crescenti difficoltà finanziarie, diversi Enti Locali stanno intraprendendo la strada della co-progettazione per la realizzazione di progetti e interventi in ambito sociale, per superare la tradizionale modalità di affidamento esternalizzato tramite gara e per sviluppare nuove modalità di collaborazione più efficaci.
Si tratta però, come accennavamo in precedenza, di una coprogettazione “asimmetrica”, perché un soggetto (il pubblico) ha una titolarità e una responsabilità sulle politiche erogate in virtù della sua funzione pubblica di regia e regolazione del sistema, l’altro soggetto (il terzo settore) pur esercitando anch’esso una effettiva funzione pubblica e avendo spesso una visione ampia e articolata dei problemi e dei bisogni in campo, vede questa convivere con i suoi interessi specifici  e pertanto può essere maggiormente orientata a rispondere ad esigenze di qualità ed efficacia degli interventi prestati più che di equità nelle risposte a diritti di cittadinanza.
Per questo il sistema richiede la presenza nel pubblico di un regolatore, un regista, un garante del disegno politico che consideri gli aspetti di garanzia ed equità del sistema di welfare che viene offerto a persone con specifici diritti di cittadinanza, mentre al terzo settore si può maggiormente chiedere una competenza e testimonianza in termini di capacità di analisi dei bisogni e di progettazione,  costruzione e gestione di interventi di qualità, in grado di rispondere alle esigenze della popolazione .
La complessità di tale processo fa si che oggi ci si trovi in una fase incerta che attraversa alcuni rischi.

Significativo, in questa direzione un recente articolo del Corriere della Sera, cronaca di Brescia, del 4.2.2014 nel quale, a proposito della programmazione dei servizi sociali del territorio  si afferma che: “La parola chiave è «coprogettazione», strumento da usare per «avere più servizi sul territorio» con le stesse risorse. In concreto significa far sedere al tavolo tutti i protagonisti del terzo settore, mettere assieme idee e risorse (anche umane) e costruire un progetto condiviso.”
Come si può facilmente intuire, quella citata suona come affermazione un po’ semplicistica e per certi versi pericolosa, che rischia di trasformare una potenziale opportunità (la coprogettazione) nella illusione che tale strumento possa risolvere i problemi di bilancio che oggi gli enti locali stanno attraversando e che quindi venga utilizzata senza nessun pensiero strategico e in forme anche poco adatte o del tutto inadeguate.

Alcune attenzioni opportune

In questa prospettiva riteniamo importante che anche le linee guida del Governo per la riforma del terzo settore (o meglio della relazione fra pubblico e terzo settore) siano chiare in questa direzione, e non prestino il fianco ad ambiguità, precisando che:

  • Lo strumento della coprogettazione ha la funzione di allargare la governance delle politiche sociali locali per corresponsabilizzare maggiormente i soggetti in campo e per rafforzare il senso di appartenenza verso i progetti e i programmi di politica pubblica promossi. Attraverso tale modalità si potrà migliorare l’efficienza e l’efficacia delle azioni in campo nel welfare comunitario.
  • La governance allargata non ha di per sé, lo scopo di allargare il perimetro delle risorse finanziarie a disposizione del sistema. Questo può essere un valore aggiunto se alla coprogettazione si abbina il cofinanziamento, laddove è possibile.
  • La coprogettazione non prevede però di per sé sempre forme di cofinanziamento, tanto più che in una strategia di allargamento del perimetro delle risorse disponibili per il welfare, gli interlocutori principali non sono tanto quelle organizzazioni del terzo settore che gestiscono dei servizi, che difficilmente possono disporre di significative risorse aggiuntive a quelle del proprio mantenimento, ma altri “investitori” potenziali quali le realtà for profit (nell’ottica della responsabilità sociale di impresa), le fondazioni bancarie, le fondazioni private ecc.  In effetti nel recente dibattito quando si parla di secondo welfare[2] o, più appropriatamente (secondo noi) di welfare integrato, ci si riferisce essenzialmente a questi soggetti come potenziali finanziatori, mentre il terzo settore è da considerare più come gestore proattivo, che mette a disposizione professionalità, competenze, risorse informali, ma difficilmente risorse finanziarie nel welfare .
  • Le risorse che attraverso la coprogettazione, il terzo settore può mettere in comune sono semmai risorse del capitale sociale (conoscenze e competenze)  o infrastrutturali (sedi, strutture) che possono fornire vantaggi nella realizzazione dei progetti e che non sono necessariamente da includere nelle voci di spesa.
  • L’allargamento della governance non va pertanto confuso e sempre abbinato al cofinanziamento, per evitare di attribuire ad esso aspettative magiche:  la coprogettazione è essenzialmente un’opportunità di lavoro fra più soggetti responsabili e disposti ad assumersi una funzione pubblica,  che concorrono alla costruzione e gestione delle politiche sociali di un territorio, al fine di allargare la governance di tali politiche pubbliche e rendere migliori servizi ai cittadini.

A questa prima chiarificazione ne va aggiunta una seconda: non basta mettere insieme  soggetti pubblici e del terzo settore perché si produca una buona governance sociale allargata.  Questa va condotta con attenzione e rigore metodologico per renderla efficace ed evitare effetti boomerang.
I tentativi di governance sociale allargata che  vanno moltiplicandosi in diverse esperienze del nostro paese negli ultimi tempi, sono dunque oggi sollecitate a sviluppare riflessioni e valutazioni sul nuovo modello di relazione pubblico-privato che lo strumento della coprogettazione porta con sé.
Sia gli enti locali sia i soggetti del privato sociale si trovano, infatti, ad agire in una cornice che supera il tradizionale rapporto committente fornitore e che li interroga e li pone davanti a questioni sia relative al significato della co-progettazione, sia connesse alle modalità operative e interorganizzative e alle strategie relazionali da mettere in campo.

Valorizzare il principio di sussidiarietà, come proposto dal documento governativo, richiede dunque un cambiamento culturale da costruire  sia attraverso un inquadramento teorico metodologico, che attraverso la sperimentazione pratica e la diffusione di tali esperienze.  Si tratta, crediamo, di considerarne in particolare l’impatto sul lavoro sociale, e sui sistemi di offerta di ciascun territorio, e anche di considerare le soluzioni organizzative più opportune per mettere in campo virtuosi processi di partenariato fra soggetti diversi e per certi versi “asimmetrici” quali sono l’ente pubblico e il terzo settore.

 


[1] In parallelo alla presentazione delle linee guida il Governo ha aperto una pubblica consultazione fino al prossimo 13 giugno, dopodiché predisporrà un disegno di legge delega che sarà portato in Consiglio dei Ministri il giorno 27 giugno 2014 (Link).
[2] L’uso che viene fatto nelle linee guida del governo del termine secondo welfare  sembrerebbe andare appunto verso la costruzione di un welfare allargato, che si doti congiuntamente di risorse pubbliche e private, tuttavia questo non pare sufficientemente esplitcitato

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