La riforma sociosanitaria lombarda, introdotta con la LR 23 ad agosto 2015, si avvia veloce verso il compimento del suo secondo anno di vita. A 18 mesi dalla sua entrata in vigore ci siamo chiesti quali fossero i cambiamenti generati, quelli più visibili, ovvero quelli che interessano, da una parte, i beneficiari del sistema di welfare riformato – i cittadini – e, dall’altra, i suoi protagonisti diretti, coloro che concorrono alla realizzazione della nuova visione di cura – ovvero gli operatori dei servizi.
Una precisazione è d’obbligo. Come noto, il nostro sito è interessato in modo particolare ad una specifica parte del sistema di welfare, quello che definiamo welfare sociale, che non riguarda l’area sanitaria (seppur coinvolta nella riforma), ma un suo specifico comparto, quello dei servizi socio-sanitari. E’ qui che focalizziamo il nostro interesse e le riflessioni di questo articolo.
Attraverso un focus group realizzato con esponenti dei territori, attori impegnati sia nella programmazione che nell’erogazione di servizi e interventi sociali[1], abbiamo raccolto alcuni primi elementi su ciò che si nota in relazione ai cambiamenti generati. Tra le varie dimensioni abbiamo esplorato il loro punto di osservazione sulle trasformazioni che hanno interessato cittadini e operatori dei servizi territoriali.

Per i cittadini: tutto come prima (o quasi)

Della riforma in atto i cittadini non si sono ancora accorti. E’ questo l’elemento unanimemente riscontrato da chi vive il welfare dal lato sociale.
In generale l’assetto dei servizi del territorio non è cambiato, la cosa oggi più visibile al cittadino è la nuova denominazione fuori dalle sedi dei servizi, e talvolta neanche quella, volutamente evitata per non alimentare possibili confusioni.
Sono limitati i casi di accorpamento di servizi, che generano la chiusura di presidi sul territorio e possibili disagi per gli utenti. Gli esempi raccolti sono puntuali e circoscritti e riguardano Uonpia, Ser.t, Servizi fragilità disabili adulti, piccoli presidi ospedalieri. Dove questo è accaduto, si registrano però ricadute negative circa la mobilità, poiché non sempre le nuove localizzazioni risultano migliorative rispetto alla facilità di raggiungimento delle nuove sedi. In alcuni casi, proprio per questo, si sono adottate soluzioni intermedie: es. presidi spostati, ma con mantenimento di aperture periodiche anche nelle precedenti sedi o proroghe temporanee delle chiusure. La riorganizzazione, in sostanza, è temporaneamente rimandata.
Tutto (o gran parte) come prima, dunque? Quasi. Se la riforma infatti non sembra aver prodotto riorganizzazioni dei servizi territoriali visibili ai cittadini, qualche cambiamento si registra nel loro operato.
Le principali variazioni riscontrate riguardano:

  • la riduzione di alcune prestazioni specialistiche, in relazione alla nuova distribuzione delle competenze tra ATS e Asst e ad alcune incertezze interpretative della norma, come ad esempio la sospensione delle valutazioni sulle capacità genitoriali in alcun consultori in quanto l’Asst non le reputa più di propria competenza;
  • l’allungamento dei tempi di erogazione, dovuto alla ri-organizzazione in atto e dunque effetto indiretto delle trasformazioni e delle incertezze organizzative, soprattutto nelle valutazioni specialistiche (es. valutazioni multidisciplinari sulla tutela minori, valutazioni neuropsichiatriche);
  • il cambiamento del personale in servizio, con la conclusione degli incarichi a contratto e il ricollocamento di personale proprio, sebbene generalmente lasciando garantita la continuità del servizio (es. neuropsichiatri nelle Uonpia, Ginecologi nei consulori…).

Al netto di queste trasformazioni, però, il processo di riforma in atto non ha generato arretramenti.
Se questo è vero, però, paradossalmente lo è anche il suo contrario: in questa fase di transizione non sono ancora visibili i cambiamenti migliorativi auspicati dal legislatore, mentre permangono tutte le criticità storiche del sistema di welfare locale: frammentazione, difficoltà di accesso, tempi di attesa lunghi, iper-specializzazione di alcuni servizi… Tutti aspetti che non sono (ancora) migliorati.

Il vero cambiamento deve ancora arrivare?

Poco è cambiato dunque, però tra chi opera sul territorio c’è l’idea che le trasformazioni più rilevanti debbano ancora avvenire. La riforma, sino ad ora, ha riguardato il disegno istituzionale e la costituzione delle nuove realtà organizzative, toccando prevalentemente le posizioni di responsabilità e la redistribuzione del personale, lasciando di fatto invariato l’operato dei servizi. Cambiamenti nella loro organizzazione si aspettano invece per il 2017, per altro da poco annunciati dalle stesse regole di esercizio (ripensamento del sistema d’offerta, integrazione nelle Asst delle unità operative e servizi trasferiti dalle ex-Asl).
E’ un’attesa che nasconde sia timori che possibilità.
Il timore prevalente è quello di accorpamenti e spostamenti di presidi che potranno derivare da tale riordino. Dunque è solo questione di tempo, non sono stati ancora fatti, ma arriveranno.
Le potenzialità invece si vedono soprattutto nell’area ospedaliera dove, in diversi casi, nell’operato delle direzioni delle AssT, si intravvedono già trasformazioni che potrebbero avere impatto positivo per i cittadini. Questo si riscontra soprattutto nella costituzione, anche un po’ forzata e “burrascosa”, di équipe integrate orizzontalmente tra dipartimenti e servizi diversi, che hanno potenzialità interessanti nella riunificazione dei percorsi di cura – es. dal pronto soccorso alle dimissioni protette – o di integrazione tra ambiti tradizionalmente separati (es. psichiatria, disabilità e dipendenze). Una potenzialità importante, sebbene per ora giocata unicamente “in casa”, senza il coinvolgimento della parte sociale.

E gli operatori vanno avanti nell’incertezza…

E per gli operatori cosa è cambiato? A chi opera “in frontiera”, nei consultori, nei Cps, nei servizi per le dipendenze, in quelli domiciliari, nelle neuropsichiatrie, cos’è arrivato della riforma?
I riscontri dai territori, anche in questo caso, parlano di un cambiamento che (ancora) non si vede. Da oltre un anno e mezzo nei servizi si continua a fare ciò che si faceva prima. Gli operatori non stanno vivendo grandi cambiamenti rispetto al contenuto del proprio lavoro e alla relazione con gli utenti, piuttosto subiscono un clima di grande incertezza in riferimento agli assetti organizzativi a cui appartengono. E’ questa la ricaduta più significativa del processo di riforma, che agisce inevitabilmente un’azione di disturbo nel lavoro quotidiano dei professionisti.
Dal POAS – Piano di organizzazione aziendale – dipendono i posizionamenti definitivi degli operatori e questi piani, a oltre un anno e mezzo dall’avvio della riforma, non sono ancora operativi. Attesi per febbraio 2016, di fatto consegnati alla Regione da ATS e ASST tra l’estate e l’autunno 2016, oggi risultano ancora all’approvazione regionale. Questo tempo di attesa è carico d’ansia. Di fatto per gli operatori significa sapere di aver cambiato organizzazione (dalla ex Asl all’Asst, cioè l’ex Azienda Ospedaliera), ma non conoscere ancora cosa questo comporterà nel concreto delle proprie mansioni, nelle modalità operative di gestione del servizio… forse niente, forse molto.
La riforma sino ad ora sembra dunque aver volato più in alto, sopra le teste di chi opera nei servizi, senza ancora toccarle direttamente, ma creando agitazioni e incertezze.
Anche per gli operatori dunque non si ravvisano peggioramenti di rilievo, fatti salvi stress e ansia che non sono certo cosa di poco conto, ma nemmeno miglioramenti delle condizioni di lavoro. C’era l’aspettativa   che il travaso di operatori dalle Asl alle Asst apportando nuove forze potesse servire a migliorare lo stato di alcuni servizi – un esempio tra tutti le Neuropsichiatrie – agevolando il lavoro degli operatori già presenti e influendo positivamente sulle prestazioni in favore dei cittadini (ad esempio con l’incremento di interventi riabilitativi, certificazioni e terapie, con la riduzione tempi di attesa…). Ad oggi questo non è ancora accaduto, ne si sa se succederà. Da notare che parecchie delle figure che confluiranno nelle ASST ricoprono posizioni dirigenziali (ad es. gli psicologi) o di coordinamento, che attualmente non hanno materialmente modo di espletare (i coordinatori non hanno servizi da coordinare…). Tuttavia, almeno per ora, non pare che queste professionalità – benché momentaneamente inutilizzate- siano destinate ad agevolare il lavoro dei servizi nella direzione sopra indicata.

In sostanza quindi, a quasi due anni dal suo avvio, la riforma non sembra avere determinato ricadute visibili dall’esterno, in particolare per quanto riguarda i cittadini.  Un po‘ diversa, come abbiamo visto, è la situazione degli operatori che al momento appare essere –  in un certo senso – “sospesa”. In modo volutamente provocatorio potremmo dire che, nella migliore delle ipotesi, per gli utenti finali dei servizi il processo di riforma non è ancora servito a nulla, ovvero che non ha ancora determinato alcun effetto migliorativo; nelle peggiori, ha rappresentato più che altro un elemento di disturbo e distrazione allo svolgimento dei servizi. I miglioramenti che si possono attendere per il prossimo futuro probabilmente riguarderanno unicamente il comparto sanitario. Questo è quello che emerge ad oggi. Sarà nostra cura mantenere monitorata l’evoluzione dei prossimi mesi in quanto, con la recente emanazione delle delibere sulla domanda e quella attesa sull’offerta, potrebbero aprirsi nuovi scenari.


[1] Hanno partecipato al focus group soggetti di differenti aree territoriali riferite a 5 delle 8 ATS – Brianza, Val Padana, Insubria, Bergamo, Metropolitana. Si ringraziano M. Sacchetti Ufficio di piano di Vimercate ASC Offerta Sociale (MB); M. Luciani Ufficio di piano Tradate e Arcisate (VA); G.P. Folcio – ASC ComuniInsieme Lomazzo e Galliano Cantù (CO); G. Farinotti Ufficio di piano Grumello del Monte e ASC Valle Imagna – Villa d’Almé  (BG); M.V. Della Canonica Ufficio di piano Garbagnate ASC Comuni Insieme (MI); A. Forenza Ufficio di piano San Donato M. ASC Assemi  (MI),  D. Barberis Ufficio di piano Lodi e Casalpusterlengo (LO); Katja Avanzini Consorzio Casalasco e ufficio di piano di Cremona (CR); Roberta Lorenzini Ufficio di piano Suzzara (MN)