Premessa

La recente indagine che ha coinvolto gli SFA Lombardi, ha permesso di mettere in evidenza il puntuale e raffinato lavoro che, gli enti gestori, sono in grado di garantire a favore delle persone con disabilità che fruiscono dei servizi in oggetto, i quali hanno come obiettivi prefissati dalla DGR 7433 del 13 giugno 2008:

  • acquisire competenze sociali
  • acquisire/riacquisire il proprio ruolo nella famiglia o emanciparsi dalla famiglia
  • acquisire prerequisiti per un inserimento/reinserimento lavorativo

Gli enti gestori e gli operatori degli SFA attivi sul territorio Regionale, sanno di rappresentare una vera (e talvolta unica) opportunità per i giovani con disabilità che ad essi si rivolgono. La serrata organizzazione in moduli che la DGR propone, detta il tempo a disposizione dei servizi, per orientare le energie in una dimensione evolutiva che vede l’inclusione socio lavorativa come obiettivo principe, consapevoli che il non raggiungimento del risultato auspicato, porterebbe ad un riorientamento della persona con disabilità verso una nuova unità di offerta, forse inappropriata in sostanza, ma unica formalmente a disposizione (Centro Socio Educativo). L’invio al Centro Socio Educativo significherebbe:

  • accesso ad un servizio destinato a persone di età più elevata (fino a 65 anni di età) e maggiori compromissioni (difficoltà nell’identificarsi con il gruppo);
  • accesso ad un servizio con obiettivi esistenziali potenzialmente più ridotti (minore appropriatezza quali-quantitativa degli stimoli);
  • accesso ad un servizio caratterizzato da costi sociali più elevati (rapporto operatore/fruitori ridotto e rapporto superficie/fruitore triplicato, 5 mq/utente SFA Vs 15mq/utente CSE).

In un periodo caratterizzato da condizioni macro e micro economiche avverse, che allontanano nel tempo la possibilità di una reale inclusione socio lavorativa, viene messo in discussione, quindi, il progetto di vita delle persone con disabilità che, pur mantenendo capacità, opportunità e aspettative elevate, rischiano di essere inserite in un servizio con obiettivi più bassi e costi più alti. Non per caratteristiche personali (bisogni e aspettative), quindi, o per un aggravarsi delle condizioni soggettive, ma per una (si spera limitata nel tempo) impossibilità del sistema-paese di garantire a tutti e a ciascuno la propria piena realizzazione.

Questa doverosa premessa, è necessaria per sottolineare che nonostante gli sforzi che l’intero Sistema (famiglie, associazioni, amministrazioni comunali, formazione professionale, servizi di supporto all’inclusione lavorativa, enti gestori, etc…) ha posto in essere, in termini di progettazione e affiancamento nel corso di percorsi di tirocinio e borse lavoro, solo raramente queste attività hanno permesso l’accesso a vere opportunità di assunzione. Questa condizione (che da congiunturale si è fatta più strutturale) rischia di mettere fortemente in crisi i servizi alla persona (e tra questi soprattutto i Servizi di Formazione all’Autonomia-SFA) maggiormente impegnati nella progettazione di azioni a sostegno dell’inclusione socio lavorativa e della correlata (auspicata e possibile) vita indipendente.

Ciò che lo SFA sa e fa

All’interno dell’organizzazione standard del servizio (dalle 8,30 alle 16), le attività formative, finalizzate a sviluppare competenze di base, spendibili a favore della vita indipendente e dell’inclusione sociale, compongono un variegato ventaglio di proposte. Di esse, alcune, sono rimaste invariate negli anni e nei differenti territori (training cognitivo, autonomie personali e domestiche, organizzazione del tempo libero, acquisti in autonomia, orientamento sui mezzi pubblici, attività relazionali, laboratori di comunicazione/espressione, uso del denaro, pet terapy, attività musicale, danza movimento, piscina, giornalino, laboratorio di fotografia, attività sportive, arteterapia). Altre attività dimostrano, invece, una spiccata capacità di adattamento alle differenti opportunità e attenzione al dibattito acceso in tema di diritti: passeggiate con il Club Alpino Italiano, gestione di una intera abitazione, acquagym, corso di affettività e sessualità, canto corale, uso del calesse, compagnia teatrale, studio del Linguaggio Italiano dei Segni.

Una lettura approfondita dei dati, dimostra come il mondo del lavoro sia il maggior catalizzatore degli sforzi formativi ed organizzativi che gli enti gestori mettono a disposizione. I Servizi di Formazione all’autonomia hanno, infatti, una spiccata vocazione ed uno scopo istituzionale rivolto all’inclusione lavorativa, sia in ottemperanza alla già citata DGR 7433/08, sia in risposta ad un desiderio di adultità e di realizzazione delle persone che agli SFA si rivolgono.

All’interno dell’organizzazione quotidiana delle attività degli SFA, vengono proposte un’importante quantità di opportunità finalizzate all’apprendimento ed alla sperimentazione di modelli comportamentali ed operativi spendibili nel mondo del lavoro. Tra questi: lavori di ufficio a supporto del CDD del medesimo ente gestore, lavaggio auto, utilizzo del ferro da stiro, laboratorio di argilla, cucito, midollino, di produzione di bomboniere, di vasi in resina, di carta riciclata, piccola manutenzione del verde di pertinenza del servizio, distribuzione della merenda nella scuola elementare, laboratorio di erbe, tisane e conserve, laboratorio sapone, redazione del giornalino della cooperativa, orto sinergico, laboratorio radiofonico e di realizzazione di podcast, piccola carrozzeria, riordino della biblioteca della scuola primaria, laboratorio di produzione bijoux, cura animali di un maneggio, gestione del bar dell’oratorio, ciclofficina. Gli SFA sanno e sanno fare attività di piccole dimensione, finalizzate non alla produzione di oggetti ma allo sviluppo di competenze spendibili nelle successive tappe evolutive, quella dei tirocini e delle borse lavoro. Gli SFA sanno e sanno creare opportunità di sviluppo e crescita, di potenziamento e sperimentazione di competenze raffinate ed avanzate, che costituiscono un repertorio comportamentale ed esperienziale di vaste dimensioni e qualità.

Ciò che lo SFA fa (anche quando non lo sa)

Gli SFA che hanno partecipato alla ricerca organizzata da Lombardia Sociale, sono in grado di mettere in campo una rete straordinaria di relazioni con il territorio e le aziende che lo abitano, riuscendo ad organizzare tirocini (di differente durata, intensità e finalità) adatti alle caratteristiche di quasi ciascuno dei fruitori del servizio. Tra le realtà coinvolte in queste preziose azioni: supermercati, scuole, biblioteche, bar e ristoranti, cooperative sociali di tipo B, amministrazioni comunali, mense aziendali e scolastiche, centri estetici e parrucchieri, esercizi commerciali di vario genere (ferramenta, cartolerie, ceramiche, vivai, commercio equo e solidale…), aziende (di assemblaggio, informatiche, …), lavanderia, centri sportivi, sala cinematografica, etc.
Le realtà che mettono a disposizione postazioni e tutor, rappresentato tanto uno spaccato di virtuosa cittadinanza, quanto la possibilità di evolvere da consegne più semplici a richiestività via via più complesse e prossime all’impegno lavorativo.

Spesso la determinazione degli enti gestori nella ricerca di opportunità per favorire l’inclusione socio lavorativa, non è sostenuta dai servizi per l’inserimento lavorativo, a loro volta stressati dalle numerose richieste e dalle limitatissime disponibilità. La mancanza di competenze specifiche in tema di politiche attive del lavoro, di cui i servizi di formazione all’autonomia specialistici sono portatori, si denota non tanto nell’individuazione delle aziende ospitanti, ma nella limitata padronanza delle normative e dei vincoli che potrebbero sostenere le aziende nello scegliere, al termine del periodo di tirocinio, di proporre alla persona con disabilità, un rapporto di lavoro contrattualizzato.

S.F.A.ntasia al potere

(“…perché fuori dell’umano il dolore è uno sparo minimo e la più gran parte è ridere” M. Gualtieri)
Poi c’è tutto il resto, tutto quello che gli SFA Lombardi organizzano, pensano, sognano (sempre più spesso in collaborazione con i fruitori dei servizi e le loro famiglie). Poi ci sono tutte le energie spese affinché a ciascuno vengano garantiti “percorsi di vita e condizioni del vivere quotidiano che siano il più possibile vicine alle normali circostanze di vita reale nella Società.” (Nirje, 1980). La ricerca condotta apre una finestra sulle reali capacità di mettere in campo, sviluppare, finanziare attività che vanno oltre il compito del servizio, oltre l’orario di apertura e di lavoro degli operatori, oltre il budget solitamente a disposizione.
Si tratta di azioni leggere e legate al tempo libero, piuttosto che progettazioni complesse che hanno al centro il progetto per la qualità della vita delle persone con disabilità. Alcuni esempi: giocoleria, gite, attività sportive, soggiorni estivi e invernali, compagnia teatrale, orchestra, uscite serali, week end in barca a vela, teatro alla scala, banchetti di presentazione e vendita manufatti, vendemmia, casa alloggio con progetto “Dopo di Noi”, attività di sollievo per i familiari, gestione di appartamenti per la vita indipendente, incontri tematici tra genitori.
Da quanto emerge dall’analisi dei dati raccolti, i Servizi di Formazione all’Autonomia, garantiscono una copertura progettuale, se non operativa, di 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana. Appare evidente che un pensiero pedagogico attraversi le vite dei fruitori, per garantire esperienze formative, di avvicinamento al lavoro ed esistenziali di altissimo livello, puntuali ed individualizzati.

Molto rumore. Per nulla?

A differenza della complessa trama della tragicommedia scaturita dalla ricca fantasia del drammaturgo inglese, più di 400 anni fa, gli SFA non fanno “Molto rumore”, ma producono una mole davvero importante di lavoro, di progetti, di attività. Alimentano la Qualità della Vita e la speranza in un futuro di inclusione sociale di centinaia di giovani e giovani adulti. La corrente analisi si è sviluppata proprio lungo questo asse: dimostrare la quantità la qualità delle azioni che gli Sfa organizzano, con e per, centinaia di persone con differenti disabilità. Riuscendo, talvolta, a permettere ai fruitori di mettersi a disposizione di altre fasce di bisogno (bambini e anziani). Ma qualità e quantità bastano? Il molto rumore… è per nulla? La rappresentazione dei luoghi di destinazione dei fruitori degli SFA, una volta terminato il loro percorso, è sconcertante: salvo alcuni inserimenti in Cooperative di tipo B e, più rari, inserimenti in azienda, la maggior parte dei “dimessi” vengono orientati verso servizi, diurni e residenziali, a maggiore (talvolta pressoché totale) protezione. Questa condizione richiede un ripensamento serio e rispettoso, tanto delle aspettative dei fruitori e delle loro famiglie, quanto delle energie, umane ed economiche, messe in campo dall’intero sistema (Enti Gestori, Amministrazioni Pubbliche, ATS). Ad oggi la situazione appare poco rassicurante: molte energie spese, molte attività proposte, molto impegno richiesto alle persone con disabilità, molto coinvolgimento del territorio, molte risorse (anche economiche) richieste alle famiglie… ma scarsi risultati in termine di inclusione sociale e lavorativa. Con, all’orizzonte, il rischio di un “declassamento” verso risposte assistenziali a domande esistenziali.

 

Di certo l’ultimo decennio ha visto una contrazione delle opportunità lavorative per tutti i cittadini, a prescindere dal grado di fragilità, e questa condizione ha colpito, con particolare severità, le persone con disabilità e la loro possibilità di realizzare una piena inclusione lavorativa, condizione necessaria alla realizzazione di una reale vita indipendente. Probabilmente, un servizio così rigidamente normato (proprio nel 2008, all’inizio di questo decennio di profonde crisi e trasformazioni), ha bisogno di essere, oggi, analizzato nel profondo e profondamente ripensato, per essere pronto a dare nuove risposte alle domande che più frequentemente vengono avanzate, non solo lavoro, ma qualità della vita. Benessere, relazioni, opportunità, indipendenza… semplicemente come tutti.

Quali domande … quali risposte?

Il Servizio di Formazione all’Autonomia è ancora attuale? Rappresenta ancora la più avanzata forma di unità di offerta sociale? Gli obiettivi che ne hanno orientato le azioni nell’ultimo decennio, sono ancora valide? La definizione di multidimensionalità, base di partenza per ogni progettazione esistenziale, interviene in questa dialettica, spostando l’attenzione non tanto sulla valutazione del Servizio di Formazione all’Autonomia, quanto su quelli che sono, oggi, i bisogni emergenti che caratterizzano i giovani adulti con disabilità. Definita, solitamente in giovane età, la dimensione clinica e la conoscenza del fenomeno che caratterizza la fragilità della persona, l’attenzione viene focalizzata, in un secondo tempo, sulla dimensione funzionale, su quello che la persona è in grado di fare, sugli stili di apprendimento, sulle richiestività dei contesti… si erogano trattamenti, attività formative, di recupero, di potenziamento… si applicano metodologie, si sviluppano orientamenti, si ripropongono schemi e modelli scolastici, si propongono laboratori, simulazioni… Formare all’autonomia, oggi, e continuare a farlo, domani, implica l’accettazione di un modello di giovane adulto con disabilità, in perenne formazione, eterno studente sui banchi di una scuola che, tutelandolo, lo tiene prigioniero di schemi operativi e relazionali destinati a non mutare. L’unico mutamento possibile appare quello verso lo status di utente di un servizio a più alta protezione (CSE o CDD) o, come la ricerca in oggetto ci restituisce, residente di Comunità Alloggio o paziente di Residenza Sanitaria. Una possibile via di uscita la suggerisce la terza delle dimensioni oggetto della VMD: la dimensione esistenziale. La ricerca della pienezza esistenziale, la possibilità di definire i propri obiettivi di sviluppo (grandi o piccoli che siano), essere sostenuti nel perseguirli, rappresenta, oggi, la nuova vera evoluzione del concetto di educazione in materia di disabilità. Non imporre un modello di persona predefinito, ma permettere che ogni umanità si sveli, con le proprie limitazioni e i propri punti di forza, con le proprie convinzioni e i propri timori, con i propri limiti e le proprie aspettative.  Lasciare che l’individuo si esprima “non come essere teoricamente mal elaborato, ma come un essere di fini, purché s’intenda con ciò l’apertura rivoluzionaria delle sue possibilità, al di là dei condizionamenti che tendono a limitarlo” (R. Sherer, 1970). Permettere a ciascuno di “Agire in qualità di agente causale primario della propria vita, il fare scelte e il prendere decisioni in merito alla propria qualità di vita liberi da influenze o interferenze improprie” (M.L. Wehmeyer e R. Schalock 2001).

Una progettazione maggiormente orientata alla soddisfazione di obiettivi esistenziali è scientificamente sostenuta dall’elaborazione del costrutto di Qualità della Vita[1], con i suoi strumenti di Valutazione della Qualità della Vita della singola persona con disabilità e di intervista libera o semistrutturata, utili ad identificare gli obiettivi esistenziali autodeterminati.
Sperimentazioni di respiro Nazionale, quali “Progettare Qualità di Vita: matrici ecologiche e dei sostegni”  promosso da Anffas Nazionale e Consorzio La Rosa Blu, o di carattere locale come “L-inc Laboratorio inclusione sociale disabilità” sviluppato sull’ambito di Cinisello Balsamo da ANFFAS Lombardia, LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità, IPIS-Insieme per il sociale, in collaborazione con numerosi enti e cooperative sociali, sostengono la teoria che, finalizzando le energie nella direzione del soddisfacimento degli obiettivi autodeterminati dalle stesse persone con disabilità, la qualità della vita delle persone coinvolte aumenta considerevolmente senza aumentare i costi economici e sociali degli interventi. Al contempo, la riattivazione dei soggetti, che vedono come luogo di sviluppo del proprio progetto di vita non solo il servizio ma il territorio e la comunità tutta, permette la riattivazione di energie pro inclusive solitamente presenti (e latenti) nella comunità.

Ci si assume la responsabilità di suggerire, quindi, una profonda revisione dei Servizi di Formazione all’Autonomia, con lo scopo di orientare nella direzione della qualità della vita adulta delle persone che ne abitano spazi e tempi, per alzare il livello dei contributi che questi possono apportare alla comunità tutta e prevenire il rischio di una deriva verso servizi assistenziali prima e sanitari, poi.

 


[1] C. Francescutti, M. Leoni, m. Faini, Cambiare prospettiva nei servizi per la disabilità, in Welfare Oggi, 3 – 2015; AIRiM – Linee Guida per la definizione degli Standard di Qualità nella costruzione del Progetto di vita per le persone con disabilità intellettiva. Assessment, interventi, out come, Associazione Italiana per lo Studio delle Disabilità Intellettive ed Evolutive, 2010