Recentemente si è tornati a parlare di Fondo unico per la disabilità. L’idea di un fondo unico che venne sostenuta fortemente durante la campagna elettorale del Presidente di Regione Fontana, non ha trovato fino ad oggi un reale compimento. L’assessore Locatelli, in un recente contributo pubblicato, ha ribadito la volontà di Regione Lombardia di unificare le risorse destinate alla disabilità in un unico fondo. Ma il Fondo unico è davvero una priorità, può agevolare realmente l’accesso alle risorse, e quindi aumentare i diritti e le opportunità delle persone con disabilità?
Perché il Fondo unico
Le risorse per la disabilità sono frammentate in diversi fondi, che non sono di facile accesso, nemmeno per gli addetti ai lavori. C’è il Fondo Nazionale per la non Autosufficienza – a sua volta declinato in diverse misure e azioni -, ci sono le misure per i progetti di vita autonoma, c’è tutta la partita “Dopo di Noi”, che però ha sue specifiche finalità e una certa complessità.
Parallelo a questi fondi infine – sul lato socio sanitario – c’è il Fondo Sanitario Regionale (FSR), che finanzia le UdO socio sanitarie e rappresenta una notevole fetta di finanziamento. La differenza tra il FSR e gli altri fondi, che potrebbero costituire il fondo unico, consiste nel modello ordinario di erogazione. Il FSR finanzia i servizi accreditati: una volta posseduti i requisiti di accreditamento e contrattualizzati i posti letto, l’accesso al fondo è automatico, non necessita di progetti o richieste. Funziona in modo similare al finanziamento della sanità, con un accesso al fondo in modo aperto e continuo, fino ad esaurimento del budget. L’accesso a quel fondo è riservato, ordinariamente, agli enti gestori accreditati, mentre le persone ricevono i suoi benefici sotto forma di prestazioni.
Per gli altri fondi di cui abbiamo anticipato sopra, le cose sono più complicate, ogni singolo fondo ha sue proprie regole e soprattutto, in genere, finanziano specifici progetti individuali. L’accesso alle risorse comporta complessità e difficoltà, che di certo possono scoraggiare anche i più esperti tra gli addetti ai lavori, mentre è quasi da escludere che un privato cittadino sia in grado di orientarsi nella selva delle regole, e nella tecnicalità necessarie per presentare il progetto. Per alcuni fondi, come per il dopo di noi, l’accesso ai finanziamenti è subordinato alla data di apertura e scadenza del bando, e non tiene conto invece dell’epoca in cui insorge il bisogno.
Alla luce di queste semplici considerazioni risulta evidente che un Fondo unico potrebbe semplificare le cose? Sì e No. Perché se il Fondo unico prevede svariate misure attuative, che di fatto rendono di nuovo dispersivo e complicato l’accesso, la sostanza non cambia.
Dal Fondo unico al budget di salute, infine al progetto
Il Fondo unico può diventare un utile strumento per facilitare le scelte di progettazione, ma è la progettazione degli interventi che deve stare a monte di tutti i fondi e le misure. Di certo un fondo se ben costruito potrebbe consentire la dotazione di risorse per la progettazione di azioni in modo più semplice ed efficiente.
In sanità, dove il Fondo è unico e l’accesso al fondo stesso è immediato, il problema dell’efficienza delle prestazioni è tutt’altro che risolto. Pensiamo agli sprechi di risorse dovuti alla moltiplicazione degli esami diagnostici tipica del trattamento dei cronici. La prima soluzione al problema è stata la definizione del budget in materia di prestazioni sanitarie. Il budget nell’ottica del legislatore avrebbe dovuto rispondere a 2 importanti questioni. La prima è, ovviamente, il contenimento della spesa entro limiti sostenibili; la seconda, è la riduzione delle attese per ottenere prestazioni, perché fissando un limite massimo di spesa e di conseguenza del numero delle prestazioni complessive erogabili, il prescrittore – cioè il medico – avrebbe dovuto mettere la massima attenzione a non prescrivere prestazioni non appropriate. In questo modo si sarebbe dovuto evitare sia l’erogazione di prestazioni a chi non avesse effettivo bisogno, sia l’eccessivo affollamento delle liste d’attesa. Purtroppo il budget, pur partendo da buone premesse non ha fatto i conti con un altro problema, cioè il fatto che pazienti con più patologie, si sarebbero rivolti a più specialisti. Ogni singolo specialista avrebbe prescritto le prestazioni ritenute necessarie, con scrupolo e diligenza, ma scrupolo e diligenza non possono essere sufficienti ad evitare che lo specialista possa ripetere le stesse prestazioni già richieste da un altro specialista. Semplicemente senza la compliance del paziente, in carenza di un avanzato e unitario sistema di digitalizzazione del fascicolo clinico, medesime prestazioni possono essere richieste da più specialisti, con il risultato di annullare gli effetti benefici del budget.
Per conseguire efficienza ed efficacia del sistema sanitario manca ancora qualcosa. Qualcosa che avrebbe dovuto trasformare l’insieme delle prestazioni, in un sistema organico, coordinato e collegato. Mancava il progetto.
Il progetto è quell’elemento che consente di rendere il trattamento non la somma delle prestazioni, ma l’articolazione delle stesse in un percorso terapeutico in grado di mettere in collegamento i diversi specialisti, garantendo al contempo tutto quanto necessario, evitando ridondanze e ripetizioni. Il progetto non solo rende più appropriato e qualitativo il percorso terapeutico, ma rende più efficiente l’intero sistema delle prestazione.
Anche se a questo punto il cerchio sembra chiuso, c’è ancora almeno un problema: la parola progetto piace a tutti, ma bisogna sapere come si fa “il progetto”. Da questo punto di vista non c’è dubbio che parallelamente al Fondo unico sarebbe necessario mettere a punto il modello di progettazione degli interventi, che consenta davvero di prevedere le azioni necessarie e come attuarle.
Conclusione: il caso “dopo di noi” e le tre di priorità
Per poter dare risposte efficaci ed efficienti è necessario rivedere come si definisce il budget di ogni singolo progetto[1]. Il budget dovrebbe essere ricavato dal computo economico delle attività previste dal progetto (che potrebbero anche rientrare in un set[2] definito di prestazioni), e non dalla divisione tra tutte le risorse disponibili e tutta la popolazione obiettivo. Non basta cioè avere un montante complessivo elevato, ma un’assegnazione individuale troppo modesta.
Per fare un esempio pratico, è bene prendere in esame il caso del “dopo di noi”. Le risorse destinate alle azioni di housing/cohousing “dopo di noi”, sono state consumate in modo molto limitato. Questo potrebbe dare l’impressione che siano state allocate risorse eccessive, e che il bisogno di azioni di dopo di noi sia piuttosto modesto. In realtà lo scarso consumo di risorse è dovuto ad un budget massimo, per ogni singolo progetto, troppo modesto e del tutto insufficiente per finanziare progetti di “andare a vivere da soli” [potrebbe essere un’alternativa alla locuzione, non proprio felicissima, “dopo di noi”, ndr] di persone la cui disabilità deve essere certificata come grave (ai sensi del comma 3 art. 3 della L.104). L’effetto di questa insufficienza da un lato non consuma le risorse, dall’altro non riduce le liste d’attesa nelle UdO residenziali. Alcuni progetti non possono essere realizzati perché troppo onerosi, altri perché non sufficientemente “rassicuranti”: avviare progetti di “dopo di noi” mette in gioco un notevole sforzo emotivo per superare i giusti timori di una progettualità così “leggera”, molto meno protettiva di un’unità d’offerta residenziale strutturata[3].
La priorità non è il Fondo unico, la priorità è definire che il sistema degli interventi deve organizzarsi intorno alla triade: progetto, budget di progetto, e Fondo unico. Quest’ultimo deve essere “agile”, autorizzabile in tempi brevissimi e attuabile altrettanto rapidamente da parte di attori accreditati, similmente a quanto avviene per l’erogazione di prestazioni sociosanitarie, dove di fatto il fondo unico già c’è.
[1] Si segnalano due contributi pubblicato su LombardiaSociale.it per approfondire il tema: Budget di salute e disabilità: eppur funziona! e Verso il budget di progetto/di salute: una transizione possibile.
[2] La definizione di un set di prestazioni tariffate, dovrebbe essere in subordine a una prima fase sperimentale, una sorta rimborso di “piè di lista”.
[3] Quanto costa un progetto “dopo di noi”? Se gestito da un ente gestore, prevedendo un’assistenza tutelare continuativa, cioè la presenza di operatori h24 per 365 giorni, pari a 8760 ore, costerà con operatori meno qualificati, tra 150.000 e 170.000 euro all’anno. Per cui solo di personale, ogni singolo progetto (ipotizzando un rapporto 1:2) potrebbe costare tra € 75.000 e € 85.000; bisogna considerare, inoltre, affitto, spese condominiali, utenze, alimenti, vestiario, etc… E’ evidente che molto difficilmente gli attuali stanziamenti massimi individuali da programma regionale per il Dopo di Noi, inferiori a € 14.000 annui, anche sommati alle pensioni delle persone con disabilità possano permettere di realizzare progetti gestiti da enti. Mentre più sostenibili potrebbero essere progetti autogestiti con l’impiego di collaboratori domestici, acquistando le prestazioni ad alta professionalità educative e assistenziali complesse, dagli enti gestori. I primi progetti, piuttosto sicuri sotto il profilo della continuità delle prestazioni, sono del tutto insostenibili sul piano economico; i secondi, invece, possono raggiungere anche una minima sostenibilità economica, ma possono incorrere in discontinuità.


